Da quando, circa un anno fa, è cambiato il nostro posizionamento di mercato, abbiamo iniziato ad avvertire l'esigenza di una trasformazione che fosse anche interna e che si riflettesse sulla nostra struttura organizzativa. Abbiamo così avviato un percorso di change management che ci ha portato alla transizione a un nuovo modello organizzativo agile di tipo team-driven, ovvero incentrato su squadre - che abbiamo chiamato “Growth Team”- e che ci ha aiutato a “scaricare a terra” in modo ancora più percepibile ed efficace il nostro posizionamento da “Growth Agency”.

In questo articolo approfondiremo insieme:

I modelli organizzativi più diffusi

Facciamo, allora, un passo indietro e partiamo da cosa si intende per modello organizzativo:

Per modello o struttura organizzativa si intende un framework che definisce come un'azienda organizza e gestisce le sue risorse, processi e attività per raggiungere i suoi obiettivi.

Il modello organizzativo è, in sostanza, un sistema operativo,che permette di identificare e pianificare:

Lo scopo di ogni modello organizzativo è sia migliorare l’efficacia – ovvero la capacità di raggiungere gli obiettivi dell’azienda – sia l’efficienza, ovvero il modo in cui gli obiettivi vengono raggiunti.

La struttura organizzativa, come è intuibile, può assumere molte forme in base a:

In base a questi fattori, si distinguono diversi modelli organizzativi che vengono anche ibridati tra loro. In questo articolo passeremo in rassegna i 4 principali:

Struttura organizzativa Piramidale o Gerarchica

Questa struttura si basa sul vecchio principio del “Command&Control”, per cui la catena di comando va dall'alto (per esempio, il CEO) verso il basso (gli impiegati) e ciascun impiegato è sotto il controllo di un supervisore.

È uno dei modelli più datati e utilizzati soprattutto nelle piccole e micro-imprese a gestione familiare con flussi di lavoro semplici e in cui le decisioni vengono prese “da pochi”. Nel tempo sono emersi i suoi principali svantaggi:

Struttura organizzativa Funzionale

Si tratta di un modello simile a quello gerarchico: è basato su “funzioni” in base alle quali i dipendenti che hanno una determinata specializzazione vengono raggruppati nello stesso reparto o dipartimento (Marketing, Sales, HR, Finance ecc.).

Ogni dipartimento è separato e viene gestito in autonomia. Presenta gli stessi svantaggi del modello gerarchico, mentre come vantaggio principale ha quello di permettere ai dipendenti di sviluppare molto bene la propria specializzazione. Tuttavia, il rischio principale è connesso ad una mancanza di visione complessiva dell’azienda, della sua strategia e dei suoi obiettivi, che deriva dalla scarsa comunicazione tra aree diverse.

Struttura organizzativa a matrice

Si tratta della struttura tipicamente utilizzata da organizzazioni di grandi dimensioni che lavorano per progetti complessi che richiedono il coinvolgimento di diverse funzioni aziendali.

Questo modello prende a prestito elementi della struttura funzionale, consentendo ai dipendenti di lavorare su progetti trasversali mentre mantengono un'affiliazione funzionale. La differenza principale rispetto al modello funzionale è che i dipendenti riferiscono sia al responsabile di progetto (project manager) che al responsabile di reparto.

I vantaggi principali di questa struttura sono un’organizzazione maggiormente adattiva grazie alla formazione di team interfunzionali che lavorano su progetti e lo sviluppo di competenze trasversali da parte dei dipendenti che lavorano anche al di fuori dei dipartimenti.

Tra i maggiori punti di debolezza, invece, i potenziali conflitti per le risorse tra responsabili di reparto e project manager e un maggiore sbilanciamento dei carichi operativi: le risorse più competenti tenderanno ad essere coinvolte su più progetti in contemporanea.

Struttura organizzativa a team

Questa struttura prevede l’organizzazione in team multi-funzionali composti da risorse con competenze trasversali che lavorano, contemporaneamente, su diversi progetti.

È un modello adatto ad aziende caratterizzate da estrema flessibilità, potere decisionale decentrato e un forte senso di collaborazione e capacità di lavoro in squadra. I vantaggi sono associati a una migliore comunicazione e trasparenza, dovuta all’abbattimento dei silos e maggiori livelli di produttività e di performance, grazie alla riduzione della burocrazia e a una maggiore autonomia e potere decisionale in capo alle risorse.

La sfida più grande richiesta da questo tipo di modello è il cambio di paradigma, abbandonando la cultura organizzativa top-down a favore di un modello di autonomia condivisa (ovvero un “Mindset Agile”).

Nella tabella di seguito, vediamo le principali differenze tra il modello tradizionale, basato sui principi di predizione e controllo, e il modello Agile basato sui principi della responsabilizzazione individuale, indipendenza decisionale, fiducia e apprendimento dagli errori.

Fonte: Metodologia Agile: definizione, principi e obiettivi. Agile School.

Il mindset Agile si ispira, in estrema sintesi, ai seguenti principi:

Modello Agile: il caso Spotify

Tra le aziende che hanno adottato con maggiore successo un modello organizzativo per team di tipo “Agile” va certamente menzionato il caso Spotify, azienda svedese leader nel settore dello streaming musicale con oltre 500 milioni di utenti attivi ed un fatturato annuo di oltre 3 miliardi di euro.

L’approccio all’organizzazione del lavoro adottato dall’azienda, funzionale a una maggiore agilità dei team, è ritenuto uno dei fattori principali del suo straordinario successo: concentrandosi sui principi dell’autonomia, comunicazione e responsabilità, il modello Agile ha aiutato Spotify a incrementare il suo capitale di innovazione e la sua produttività.

Gli elementi del modello Spotify: squads, tribes, chapter e guild

Il modello Spotify promuove l'autonomia dei team, in modo che ciascun team (detto “Squad”) funzioni come una vera e propria mini-startup, con tutte le competenze necessarie per sviluppare un prodotto.

Entriamo adesso più nel dettaglio e vediamo quali sono gli elementi chiave del modello Spotify.

Le squads

Le squad è il motore dell’organizzazione in Spotify, la sua unità di sviluppo base: si tratta di un team interfunzionale e indipendente, composto in genere da un minimo di 6 ad un massimo di 12 persone, che si concentra su uno specifico prodotto o area di funzioni.

Ogni Squad prevede un coach Agile che coordina il lavoro di squadra ed è incaricato della risoluzione di eventuali problematiche o “intoppi” che possono verificarsi nel processo di sviluppo; e un owner di prodotto che guida l'avanzamento del prodotto e orienta il team verso il successo.

Le tribes

Le Tribes sono un insieme di Squads che si coordinano nell'ambito della stessa area e cooperano per la realizzazione di un obiettivo comune. Le Tribes sostengono l’allineamento tra Squad e, in genere, sono costituite da 40-150 persone, tra cui un “Tribe Lead” che ha la responsabilità di coordinare le Squad e favorire la collaborazione tra di esse, anche attraverso l’organizzazione di meeting cadenzati tra diverse Squad per garantire il confronto e l’aggiornamento delle risorse sul lavoro portato avanti dalle altre squadre.

Lo scopo di questi meeting non è soltanto raccontare i successi, ma condividere gli errori e fallimenti in modo da accelerare il processo di apprendimento.

Il modello organizzativo Spotify. Fonte: Atlassian.com

Chapter e Guild

I chapter possono essere paragonati ai “dipartimenti di area”: rappresentano la famiglia di appartenenza di ogni specialista e sono guidati da un un Senior Technology Lead, che di solito è uno sviluppatore senior che aiuta gli altri membri del team a sviluppare e migliorare progressivamente le loro competenze.

L’ultima tipologia di raggruppamento è la Guild, community di interesse che si forma su base volontaria e che unisce persone appassionate di un argomento specifico.

Lo scopo della Guild è facilitare lo scambio di soluzioni: infatti, essendo aperte a tutti, a prescindere dalla Squad di appartenenza, le Guilds incoraggiano l’auto sviluppo e l’apprendimento, a differenza dei Chapters che sono riservati unicamente agli specialisti.

DigitalMakers: il modello del Growth Team

Come scrivevamo in apertura, dallo scorso novembre la nostra agenzia di growth marketing è transitata da una struttura di tipo funzionale, organizzata per dipartimenti, a un modello di tipo team-driven, ispirato all’approccio Agile adottato da Spotify.

L’unità base della nostra organizzazione, coerentemente con il nostro posizionamento di Growth Marketing agency, è diventata, così, il Growth Team.

Cos'è il Growth Team?

Il Growth Team è una squadra di 5-9 persone differenziata in termini di know-how e seniority e in grado di unire le diverse conoscenze dei componenti per portare a termine il progetto in modo più rapido, indipendente e organicamente trasversale alle competenze.

Ciascun Growth Team segue uno specifico cliente (che solitamente corrisponde al progetto) e al suo interno sono previste le seguenti professionalità:

Le persone che entrano a far parte del Growth Team sono scelte in base alle competenze chiave richieste dal progetto e alla loro esperienza pregressa nell’industry del cliente.

Per ogni risorsa abbiamo realizzato una “Job card” (vedi sotto) che ne riassume attività, skills-chiave, tools utilizzati e industries di specializzazione. Questo strumento aiuta sia i clienti ad avere un’idea più chiara di “chi si occupa di che cosa” all’interno del progetto, e, inoltre, semplifica il processo di onboarding dei nuovi colleghi.

Un esempio di Job Card di una collega DigitalMakers.

Per favorire la crescita professionale e lo scambio di know-how, periodicamente sono previsti dei meeting tra i diversi Growth Team in cui ciascuna squadra racconta la sua esperienza e si confronta con le altre su cosa ha funzionato e cosa non ha funzionato sui progetti seguiti, in modo da accelerare il processo di apprendimento di tutto il team DigitalMakers.

Differenze tra Growth Leader e Project Account Manager

All’interno del Growth Team, ci sono due figure che giocano un ruolo chiave nella supervisione e corretto andamento del progetto: si tratta del Project Account Manager e del Growth Leader.

Il primo, oltre a interfacciarsi quotidianamente con il cliente, coordina il gruppo ed è responsabile della delivery on time e on budget (per maggiori approfondimenti sulla figura del Project Manager, vi consigliamo di leggere anche il nostro articolo che parla di Project management).

Il Growth Leader è un profilo multi-potenziale che guida il team al successo del progetto e al raggiungimento dei risultati quantitativi/qualitativi, mantenendo una "visione a elicottero" sulle diverse parti e attività da cui è composto.

Il Growth Leader è progetto centrico: viene individuato in base alle competenze chiave richieste dal progetto e può cambiare nel corso del tempo nel caso in cui cambino gli obiettivi/priorità del progetto.

Per comprendere meglio le differenze tra questi due ruoli, abbiamo realizzato la tabella di sintesi che trovate qui di seguito:

Differenze tra Project Account Manager e Growth Leader - DigitalMakers.

I vantaggi del modello organizzativo team-driven

In chiusura, vogliamo condividere i principali punti di forza che stiamo riscontrando ad oggi dopo i primi 6 mesi di sperimentazione del modello organizzativo basato sui Growth Teams.

Più autonomia: il modello di lavoro in Growth Team, assegnando alle persone gli obiettivi e lasciando alla squadra piena responsabilità sulle decisioni da prendere, favorisce l'autonomia e il senso di ownership.

Il controllo porta alla conformità; l'autonomia porta all'impegno

Dan Pink, autore del libro "Drive: The Surprising Truth About What Motivates Us".

Maggiore Empowerment: il contributo di ogni persona è immediatamente visibile all’interno del progetto e questo aumenta, oltre al senso di responsabilità, il coinvolgimento e la motivazione.

Agilità: lavorando in team indipendenti, le cui decisioni non devono essere più validate a livello di dipartimento, la delivery sui progetti è più rapida.

Crescita personale: nei micro-team, fatti di persone con competenze diversificate, si favorisce la contaminazione di skills.

Per concludere, il modello organizzativo a squadre richiede un cambio significativo del mindset aziendale, abbandonando totalmente il principio del “command & control” a favore di un ambiente di lavoro incentrato sui valori della collaborazione e dell’orientamento agli obiettivi.

Parallelamente, è necessario che l’azienda implementi un sistema di monitoraggio della performance e indicatori chiave di prestazione (KPI) che consentano di misurare gli output dei dipendenti: per un social media manager, per esempio, un KPI potrebbe essere il numero di follower acquisiti e il livello di engagement raggiunto delle pagine che gestisce, per un sales manager il numero di contratti conclusi e di nuovi clienti acquisiti e così via.

Infine, sembrerà banale, ma occorre assicurarsi di avere la squadra giusta: sono necessarie le persone, non solo con le giuste competenze tecniche, ma anche con alti livelli di responsabilità e leadership, per guidare le risorse verso il successo e favorire un ambiente in cui i collaboratori siano motivati a lavorare per obiettivi.

Modelli organizzativi: le fonti per l'approfondimento

Struttura organizzativa - Agile School

Agile at scale - Altassian

Spotify e il modello organizzativo - BeAgileGroup

Modelli di organizzazione aziendale - Bvolution

Ruolo sempre più richiesto e ricercato dalle aziende, oggi il Project Manager racchiude nella stessa figura, conoscenze e responsabilità di ampio respiro.

Una figura chiave per apportare valore e approcciare i progetti in ottica di pianificazione e diffusione di una cultura aziendale volta all’organizzazione efficiente ed efficace.

Ma chi è e cosa fa oggi un project manager e in che modo si è evoluto questo ruolo dalle tante sfaccettature? Ve lo raccontiamo in questo articolo, facendo tesoro della nostra esperienza nel digital marketing e con l’approccio di chi accompagna le aziende nel percorso di crescita e valore.

I pilastri del project management

Partiamo dalle fondamenta, ovvero dagli elementi che in sinergia rappresentano la chiave del Project Management: le persone, i processi e la tecnologia.

Un corretto allineamento di essi favorirà il raggiungimento del massimo successo di un progetto e un vantaggio competitivo sia in termini di fluidità delle connessioni aziendali, sia in termini di comprensione delle sfide che qualunque settore pone.

In un panorama complesso come quello del digital marketing, che impone lo stare al passo con le continue evoluzioni, la competitività è fortemente caratterizzante, dunque esclusivamente un approccio accurato di pianificazione, esecuzione e monitoraggio, potranno portare al successo e al corretto funzionamento di tutti gli ingranaggi della macchina aziendale.

Ma di quali strumenti si avvale una buona strategia di project management? Vediamo insieme le fasi clou del ciclo di vita di un progetto:

Ciò che infatti abbiamo imparato nel corso del tempo, cadendo a volte in errori essenziali per una vera crescita, è quanto sia fondamentale saper intervenire, ancora meglio anticipare, problematiche e deviazioni dal piano per apportare le correzioni necessarie a un percorso che a un certo punto potrebbe non essere più quello giusto.

La gestione di un progetto infatti è un campo infinito di variabili, a volte prevedibili, altre no. La capacità del Project Manager sarà saperle gestire e non perdere mai il controllo.

Da qui l’esigenza di una figura che abbia competenze e skills non solo di tipo hard, prettamente legate al settore di riferimento, ma anche soft.

Molti degli aspetti di un progetto infatti passano e dipendono dalle persone, con sfaccettature diverse, modi differenti di approcciare il lavoro e i momenti di crisi.

Un Project Manager deve sempre sapere come adattarsi al meglio a chi ha di fronte, con intuizione e una buona dose di empatia. Per ultimo ma non meno importante, la pazienza e la perseveranza, doti imprescindibili per ritenersi dei buoni PM.

Chi è il project manager

Partendo dalla premessa che il cambiamento in corso negli ultimi anni del mercato del lavoro ha imposto una profonda riflessione delle professioni, oggi sempre più si parla di figure trasversali, ibride, non ritrose al cambiamento ma con solide basi che gli ricordino il loro posto nel mondo.

Pensiamo infatti che un buon Project Manager, non sia solo colui o colei che sappia pianificare in maniera categorica e a volte un po’ cieca dal contesto in onore di un perfetto GANTT, ma sia quella persona che con impegno, professionalità, etica e intelligenza emotiva riesca a ritagliarsi un spazio chiave all’interno dell’organizzazione aziendale e come riferimento delle risorse.

In questa ottica di una sempre più rinnovata cultura aziendale, il PM porta tanti oneri. Gestire infatti i team di progetto richiede capacità organizzative non comuni e un’attitude alla leadership orientata all’ascolto e alla gestione dei conflitti.

Questo va poi unito a un’indiscussa competenza di base che con pragmatismo guida al successo dei progetti con un approccio sistemico e strutturato.

Il PM dovrà sapientemente miscelare competenze tecniche legate alla definizione delle attività, dei tempi e dei rischi, con una comprensione profonda dei bisogni del cliente e delle risorse interne. Non a caso, crediamo sempre più che il suo ruolo possa orchestrare e traghettare il team verso una responsabilizzazione compatta e multidisciplinare.

Le soft skills di un Project Manager

Se volessimo quindi riassumere (in questo approccio quasi sciamanico) cosa ci piace oggi trovare in un Project Manager potremmo sicuramente parlare di:

Tutto questo, può davvero fare la differenza tra un progetto che verrà ricordato come discreto e uno che invece che avrà reso straordinario l’aver partecipato.

Il mondo del digital marketing del resto, proprio per la sua mutevolezza e peculiarità, impone sfide emotive e professionali di non poco conto.

Ma l’eterogeneità degli argomenti e delle discipline trattate, possono davvero fare la differenza in termini di qualità e attenzione alta verso il proprio operato, spesso mai noioso ma impegnativo, senza dubbio.

Sarebbe bello poter dire di essersi divertiti durante la gestione di un progetto e nei casi illuminati in cui questo accade, la sensazione è impagabile.

Metodologia Scrum: cos'è?

Naturalmente, come per ogni competenza aziendale, esistono dei metodi utili per governare tra incertezze e rischi, sistemi complessi che già di per sé definiscono un progetto in quanto tale, tra questi certamente lo SCRUM.

Questa metodologia di lavoro trae la sua origine e applicazione principalmente nelle aziende che sviluppano software o prodotti digitali, ma nel tempo ha avuto larga diffusione in diversi settori e ambiti per organizzare il team e velocizzare i processi produttivi basando il suo successo su tre pilastri: trasparenza, ispezione e adattamento.

Inquadrato nel contesto dei modelli organizzativi di tipo Agile, lo SCRUM si basa su diversi aspetti quali:

Nel contesto del marketing digitale, tra tempi serrati e strategie adattate alle mutevoli esigenze di mercato, l’adozione di metodologie agili sta diventando sempre più diffusa.

Lo Scrum infatti si è dimostrato efficace consentendo ai team di essere più flessibili, collaborativi e reattivi, offrendo quindi un vantaggio competitivo sia in termini di produttività che di approccio al cliente.

Inoltre, aiuta a mantenere i componenti del team sempre allineati sugli obiettivi e sul progress del progetto. Su questo approccio iterativo, si pongono le basi per una corretta identificazione dei rischi in modalità e tempistiche congrue ad affrontare rapidamente gli ostacoli, riducendo quindi la probabilità di fallimento del progetto.

Per comprendere al meglio come funziona lo SCRUM, scopriamo le diverse fasi.

Assegnazione dei ruoli

Il primo passaggio necessario è la formazione di uno scrum team in genere formato da:

Il proprietario del prodotto (product owner). Questa figura facilita la comunicazione e le priorità tra il team di sviluppo. È responsabile della massimizzazione del valore del prodotto e si concentra sulla comprensione dei requisiti aziendali, dei clienti e del mercato, e sulla priorità del lavoro che deve essere svolto dal team.

Lo scrum master. Lo scrum master si assicura che il team di sviluppo rimanga creativo e produttivo. Gli scrum master sono gli esperti di Scrum all'interno delle loro squadre. Istruiscono quindi tutti, dal team al product owner, riguardo il processo di scrum. In qualità di facilitatore capo, pianifica le risorse necessarie (sia umane che logistiche) per la progettazione dello sprint, dello stand-up e della revisione retrospettiva dello sprint, vedremo a breve di cosa si tratta.

Il team di sviluppo. Un team di sviluppo è in genere composto da un numero variabile di persone. I membri del team devono essere affiatati, avere competenze diverse e supportarsi a vicenda per il raggiungimento degli obiettivi. Tutte le risorse della squadra devono autogestirsi per decidere come portare a termine le proprie attività ma devono ragionare in termini di “noi” e aiutarsi a vicenda per garantire il completamento di uno sprint di successo.

Creazione di un product backlog

Proseguendo, arriviamo al product backlog, ovvero un elenco dettagliato dei task individuati per il lavoro da svolgere. I punti inclusi nell’elenco sono ordinati dal product owner in termini di importanza e valore commerciale.

Man mano che il progetto si sviluppa e vengono rivelati nuovi requisiti o correzioni, il backlog viene aggiornato. Dunque l’approccio va considerato flessibile e in continuo mutamento.

Una visione chiara in questa fase del processo di scrum è fondamentale. Per creare una gerarchia visiva, può essere utile anche sviluppare una scrum board. I team infatti possono avvalersi dell’utilizzo di varie piattaforme per la gestione dei progetti.

Sprint e incontri di revisione

Nelle diverse fasi del metodo SCRUM lo sviluppo ciclico si realizza in diversi sprint. Uno sprint è un’unità di base dello sviluppo in Scrum ed è di durata fissa, generalmente da una a quattro settimane.

Ogni Sprint è preceduto da una riunione di pianificazione in cui vengono identificati gli obiettivi e vengono stimati i tempi di sviluppo.

La durata di uno sprint, in genere è determinato sulla base di quanto il cliente comunica con il team, pianificando dunque all’interno del lasso di tempo, non solo i tempi di produzione ma anche i momenti cruciali di feedback del cliente, senza il rispetto dei quali si metterebbe a rischio la buona riuscita del progetto.

Una volta stabiliti poi gli obiettivi internamente e il piano di azione, si va in scena con i cosiddetti Daily Meeting, riunioni quotidiane della durata di 15 minuti in cui il team si confronta sul lavoro, ne fa una verifica ed eventualmente individua i cambiamenti da apportare.

Si susseguono poi Review e Retrospective, momenti in cui nel primo caso il team controlla i risultati da presentare al cliente, nel secondo una valutazione di come il team ha agito. Questa è l’ultima fase in cui tutte le risorse hanno la possibilità di autovalutarsi, proponendo miglioramenti da implementare negli sprint e progetti futuri.

Lo SCRUM dunque non solo mero strumento di gestione interna ma un metodo in cui la ratio è vincere in due, velocizzando i processi e limitando gli imprevisti perché il cliente è sempre allineato sullo status del progetto. Ed è in questi termini di conoscenza condivisa che cerchiamo di approcciare le macro e micro attività, riscontrando una soddisfazione del cliente con cui si crea un prezioso ponte di dialogo in cui il confronto sulle reciproche necessità, pone le basi per una gestione ottimizzata delle attività.

Fondamentale è infatti sapere porsi in maniera chiara fin dallo start di un progetto di lavoro, fase di estrema importanza e momento cruciale in cui gettare le basi per un metodo condiviso in funzione delle giuste aspettative.

Il successo di un progetto dipende da diversi fattori e dai diversi attori coinvolti, tutti quanti tasselli importanti e di cui tenere conto nella globalità delle considerazioni da fare.

La prima cosa che infatti un cliente dovrebbe chiedersi approcciandosi a una realtà qualunque del digital marketing è in primis: fa per me? Allo stesso modo, noi abbiamo il dovere di valutare tutti gli aspetti di un progetto per poter pronunciare con onestà un sì senza riserve. Insomma, anche nel mondo del business digitale, ci si sceglie per affinità.

Il fatto infine di aver potuto empiricamente constatare di avere fatto la scelta giusta, è quello che realmente ci rende fieri e soddisfatti del nostro lavoro. Questa consapevolezza è la base per la crescita aziendale e per la definizione sempre più chiara di un modello di business che possa realmente considerarsi vincente.

Come infatti ci suggerisce Walter Romano nella rubrica Econopoly de Il Sole 24 Ore “In qualunque azienda l’inizio del progetto è segnato dalla firma del contratto, a valle di una negoziazione più o meno lunga tra i rappresentanti commerciali delle parti coinvolte.

Ma si sa che una volta firmato il contratto, un pezzo importante della storia del progetto è già segnata. A volte in maniera irreversibile.

Di certo questo non può costituire in alcun modo un alibi per il Project Team, ma resta il fatto che quel progetto è evidentemente cominciato molto prima che la documentazione contrattuale firmata arrivasse sulla scrivania o nell’inbox del Project Manager e dei suoi collaboratori”.

In conclusione, negli anni è ormai diventata indiscussa e imprescindibile una gestione strategica per obiettivi e processi dei progetti.

Il Project management è dunque cruciale per la creazione e il consolidamento di una leadership aziendale attenta ai bisogni del cliente e dell’organizzazione interna, perché va sempre ricordato che prima di tutto ci sono le persone.

E i progetti sono fatti da persone.

Non è affatto casuale che per i progetti più complessi, il team di squadra e il Project Manager vengano individuati già in fase di presentazione offerta e negoziazione. Questo è il nostro approccio e nel tempo si sta rivelando una best practice di valore in cui le power e soft skills delle risorse vengano valorizzate al meglio, permettendo tra l’altro una scelta a monte per affinità e attitude rispetto al progetto e a chi ci approcciamo.

In questo sistema affascinante e complesso, si pongono le basi per gli scenari futuri, tesi sempre verso nuovi obiettivi e percorsi di valore. Da qui parte il beneficio che si trarrà per il prossimo passo.

Guardare sempre oltre, e ora: next step!

Project Management: gli approfondimenti da tenere d'occhio

Cos'è il metodo scrum - Scuola di Palo Alto

Cos'è la metodologia scrum - We are marketing

Guida al project management - We are marketers

Adesso chiudi gli occhi e pensa a una marca di spirits in particolare. Bene, ora vai su internet e dai un’occhiata al suo sito ufficiale. Dopo aver visto il prodotto, magari adesso sei incuriosito dalle recensioni o da come ne parlano, insomma, è il momento di stalkerare i canali social. Sei attratto da tutto: dai colori, dal modo in cui lo descrivono e dai valori che trasmette, tanto che hai deciso: uscirai di casa e andrai ad assaggiare quel drink da qualche parte. Sì, ma dove? Ti siederai al tavolino di un locale, dove hai notato il sottobicchiere con la stessa immagine che hai visto online, oppure sceglierai di gustartelo comodamente dal tuo divano, dopo aver seguito la scia della pubblicità esposta nella vetrina del tuo supermercato?

In questo caso hai appena vissuto, seppur con l'immaginazione, un'esperienza omni-channel, passando in modo fluido dal mondo digitale a quello fisico.
Eppure, perché stiamo parlando proprio del mondo degli spirits? Seguici in questo viaggio tra il digitale e la realtà e te lo sveleremo!

Marketing omnichannel: cosa significa?

Il marketing omni-channel, in italiano omnicanale, è una strategia di marketing integrata che mira a fornire un'esperienza uniforme ai clienti su diversi canali di comunicazione e vendita, sia online che offline. Questo approccio coinvolge la gestione sinergica dei punti di contatto con i consumer sia digitali che fisici, come siti web, negozi fisici, social media, newsletter e app mobile, al fine di ottimizzare l'engagement, la fedeltà e la soddisfazione del consumatore.

Prima di addentrarci nei meandri di questo ambito, abbiamo già un piccolo spoiler per te: una corretta implementazione del marketing omni-channel può migliorare significativamente le performance aziendali e la visibilità online del marchio.

DigitalMakers e la strategia omnicanale

Multicanalità vs omnicanalità

Quando si parla di marketing strategy, è importante distinguere tra multicanalità e omnicanalità: due concetti che possono sembrare simili, ma che influiscono in modo significativo sull'esperienza del cliente. Nella multicanalità, le aziende utilizzano diversi canali di comunicazione e vendita in modo indipendente l'uno dall'altro. Ciò significa che i consumatori possono avere esperienze diverse su ciascun canale e che le informazioni non sono sempre integrate.

Al contrario, nell'omnicanalità, i diversi canali sono integrati per offrire un'esperienza unica e coerente agli utenti, che possono passare senza soluzione di continuità da un canale all'altro. Questo approccio favorisce una migliore condivisione delle informazioni sui consumatori e consente un servizio personalizzato su tutti i canali.

I vantaggi di una strategia marketing omnicanale

Le ragioni per adottare una strategia omnichannel possono rivelarsi decisive per qualsiasi azienda. Offrendo un'esperienza fluida su tutti i canali di comunicazione e vendita, si riesce a coinvolgere e a soddisfare maggiormente i consumatori.

Inoltre, l’omni-channel consente la raccolta di dati preziosi sui clienti provenienti da diversi canali, migliorando la comprensione delle loro esigenze e consentendo una maggiore personalizzazione delle offerte; insomma, un risvolto che aumenta di sicuro la fedeltà del consumatore verso il brand.

Una strategia omnicanale ottimizza anche i processi interni, riducendo i costi operativi e migliorando l'efficienza delle sue performance. Infine, favorisce la crescita aziendale, grazie al raggiungimento di nuovi clienti, così da ampliare il suo bacino di utenza.

Casi studio di strategia omni channel

Omnichannel marketing: tre casi che hanno fatto la storia: Sephora, Amazon, Starbucks

Se vuoi ulteriormente comprendere l'efficacia dell'omnichannel marketing, eccoti tre casi studio iconici: dal mondo del beauty con Sephora, a quello del caffè in ogni forma e sapore di Starbucks, fino al retail firmato Amazon.

Starbucks

Fondato nel lontano 1971 a Seattle, Starbucks è diventato sinonimo di esperienza del caffè e innovazione nel settore. Grazie a una strategia omnicanale ben strutturata, il cosiddetto “Terzo Posto” ha integrato in modo fluido i vari punti di contatto con i clienti, offrendo un'esperienza coerente su tutti i canali, dai negozi fisici, all'app mobile fino ai social media.

La riconoscibilità del brand, la sua iconica sirena verde e l'applicazione mobile che permette ai clienti di gestire il programma fedeltà sono solo alcuni esempi di come Starbucks abbia saputo coinvolgere la propria community e distinguersi dalla concorrenza.

Sephora

Fondato nel 1970 come "Shop 8", è diventato un punto di riferimento nel settore della bellezza. Con oltre 2600 negozi in 36 paesi, Sephora ha abbracciato l'omnicanalità, personalizzando le offerte attraverso l'app e coinvolgendo la community con contenuti educativi e interattivi sui social media.

Inoltre l'azienda ha saputo guardare al futuro grazie al digitale, offrendo esperienze uniche attraverso la realtà aumentata e Sephora Virtual Artist, che consente ai clienti di provare i prodotti del catalogo prima dell'acquisto.

Amazon

Fondata nel 1994 come libreria online, Amazon è diventata uno dei leader mondiali del retail, abbracciando anche l'uso dei media tradizionali come la TV. Gli spot pubblicitari coinvolgenti ed emotivi hanno fatto storia, particolarmente significativi data l'esigenza del brand di migliorare la propria immagine in risposta alle lamentele sul trattamento dei lavoratori. Nell'ottica omnicanale, si è pensato perfino al dettaglio: per questo motivo il pacco di Amazon è diventato tanto iconico, quanto riconoscibile, grazie al disegno di una freccia che, in realtà, forma un sorriso.

Attraverso anche altri servizi come Amazon Prime e Amazon Web Services, l'azienda ha creato una customer experience senza soluzione di continuità, influenzando le abitudini di acquisto dei consumatori in tutto il mondo. Gli investimenti in tecnologie avanzate, come il riconoscimento facciale e la gestione automatizzata degli ordini, hanno ulteriormente migliorato l'esperienza d'acquisto e contribuito al suo continuo successo nel settore del retail online.

Il caso della strategia omnicanale di Amaro Averna

Averna Italia: abbiamo messo il consumer al centro di tutto

Tutto questo parlare di omnicanalità, customer experience e digitalizzazione ci ha quasi fatto venire sete. Proprio per questo, torniamo al nostro esempio di partenza e cominciamo a parlare di un brand di spirits in particolare: ma quale? E perché ci riferiamo proprio ad Averna?

Averna Italia ha deciso di affidarsi alla nostra esperienza e di adottare una strategia omni-channel completa e integrata. Il suo obiettivo è stato coinvolgere e comunicare con i consumatori in modo olistico, abbracciando sia i canali tradizionali che quelli digitali. Il brand, infatti, si è concentrato sull'interconnessione e sulla complementarità tra diversi touchpoint, come l'on trade (la vendita nei locali e nei punti di ristoro), l'off trade (la vendita al dettaglio nei negozi fisici) e il digital engagement (il coinvolgimento online tramite piattaforme digitali e social media).

Un esempio tangibile di questa strategia è rappresentato dall'introduzione del contest online “Persone Open” all’interno della campagna omnichannel 2023 “Open Sicily”. Attraverso l’introduzione di una card digitale, l’“Averna Open Card”, abbiamo potuto offrire agli utenti un'esperienza interattiva del brand, incentivando la partecipazione attraverso diverse attività. I consumer accumulavano "timbri" partecipando alle iniziative digitali, oltre a quelle on trade che off trade. Questo sistema ha permesso di incentivare il coinvolgimento e l'engagement su tutti i canali dell'ecosistema Averna, mettendo al primo posto il consumer.

Parola ai talent Averna Italia (sì, l’influencer marketing funziona!)

Il main target della campagna del 2023 si è concentrato in particolare sui Millennial e la GenZ, mentre l'obiettivo è stato quello di coinvolgere attivamente i siciliani nella narrazione della loro Sicilia Open e generare buzz attorno alla campagna stessa. Un ulteriore strumento di potenziamento è stata la strategia di influencer marketing e creazione di contenuti su Instagram, abbiamo coinvolto micro e nano influencer locali specializzati nei settori Lifestyle, Travel e Moda.

Piccolo passo indietro: cos'è l'influencer marketing?

L'influencer marketing è una strategia di promozione che sfrutta la popolarità degli influencer sui social media per pubblicizzare prodotti, servizi o marchi.

Esperti nella loro nicchia, questi talent godono di una fiducia consolidata da parte dei propri followers. Utilizzando sponsorizzazioni e menzioni da parte degli influencer, i marchi possono capitalizzare su questa fiducia per raggiungere e coinvolgere il proprio pubblico di riferimento in modo autentico e persuasivo.

Nel nostro caso, gli influencer hanno ideato e condiviso Reel personalizzati su Instagram, offrendo diverse prospettive sulla "Sicilia Open" con un tono personale e spontaneo, proprio per instaurare un legame emotivo con il giovane pubblico target. I risultati sono stati tangibili, con oltre 4 milioni di visualizzazioni ai Reel, oltre 12,5 mila interazioni su Instagram e più di 7 mila partecipanti al contest "Persone Open" di Averna Italia in meno di 2 mesi.

Attraverso la creazione e diffusione di contenuti mirati, è stato possibile coinvolgere numerosi utenti in diverse fasi del funnel di conversione, generando un impatto positivo sulla partecipazione al contest e sulla percezione del marchio. Ogni operazione sui social da parte dei talent coinvolti ha amplificato l'attività del brand, indirizzando i loro followers sia su Averna Spazio Open che sul contest “Persone Open”.

Averna Italia, il consumer al centro di tutto

Tra le tante iniziative, Averna Italia ha coinvolto i consumatori creando uno spazio unico che riflette la sua identità: l’Averna Spazio Open. Questa iniziativa di riqualificazione urbana è stata realizzata in collaborazione con il Comune di Palermo e l'ETS Cantieri Culturali alla Zisa. Situato nell'ex padiglione industriale ai Cantieri Culturali alla Zisa di Palermo, lo spazio è stato trasformato in una vivace piazza giardino, diventando il fulcro di un calendario ricco di eventi e incontri. Un luogo unico, nato anche per far conoscere ai visitatori il nuovo drink firmato Averna: l’Averna Sicilian Mule.

Oltre ai concerti e ai talk, Averna Spazio Open è stato teatro di party indimenticabili come MALAFESTA; due sarete uniche che hanno visto la direzione artistica de La Rappresentante di Lista. Ancora una volta, i 23 talent coinvolti nel 2023 hanno fatto da cassa di risonanza per tutte le iniziative di cui è stato protagonista ASO, aumentando l’affluenza dei partecipanti agli eventi e l’hype sia sull’evento che sul brand.

I nostri influencer hanno svolto un ruolo fondamentale nel diffondere le attività all'interno di Averna Spazio Open, contribuendo a promuovere le tante esperienze offerte dallo spazio, come la stessa preparazione del già citato Averna Sicilian Mule. E proprio in funzione di questo luogo, è stata creata una Call for Ideas aperta a chiunque, in modo che ognuno potesse divenire l'artefice delle attività da implementare sotto il nome di Averna. Dopo la selezione dell'idea vincitrice tra le numerose proposte presentate sul sito ufficiale, l’utente-consumatore che l'ha suggerita la vedrà realizzata in un luogo che riflette l'anima di Averna e della Sicilia in ogni suo dettaglio.

La strategia omnicanale ha giocato un ruolo fondamentale nel riposizionamento del brand Averna Italia, infondendo nuova vita e cambiando radicalmente la percezione dei consumatori nei confronti del marchio. Attraverso una presenza integrata su diversi canali, Averna è riuscita a raggiungere e coinvolgere il suo pubblico target in modo più efficace e diretto, trasmettendo un'immagine di modernità, innovazione e coinvolgimento. Grazie alla combinazione di esperienze fisiche presso Averna Spazio Open e una presenza online attraverso social media e altre piattaforme digitali, il brand è riuscito a creare un legame più profondo con i consumatori, generando un maggiore interesse e fedeltà verso i suoi prodotti e valori. In questo modo, la strategia omni-channel ha fornito ad Averna gli strumenti necessari per prosperare in un mercato sempre più competitivo, posizionandolo come un marchio moderno, autentico e orientato al consumatore.

Nel mondo del marketing, il cambiamento è costante, e noi di DigitalMakers ci adattiamo di conseguenza. Lo sappiamo, ci saranno nuove strategie da esplorare e sfide da affrontare, ma siamo già pronti a farlo. Tuttavia, in ogni strategia che si rispetti, c'è sempre un elemento fondamentale che deve essere posto al centro di tutto, e lo dimostrano i brand menzionati in questo articolo: le persone, i nostri consumatori finali. È questo legame che alimenta l'engagement, genera fiducia e trasforma i brand da semplici prodotti o servizi, in esperienze significative per il pubblico. In fin dei conti, in un panorama in continua mutazione, sono le persone a rimanere il vero motore del marketing e dell'innovazione.

- "Hai visto la pagina di questo brand?"

- "Ma chi, loro? Li amo!"

Se avete mai assistito a un simile scambio di battute, vogliamo rassicurarvi, non siete i soli.
Amare un brand è davvero possibile, e Cupido, stavolta, c’entra poco.

Diventare un Love Brand è un obiettivo ambizioso che pochi retailer raggiungono con successo. La strategia adottata da Doppio Malto ha permesso a un birrificio artigianale di scoprire che tra i bisogni dei propri utenti non c’era soltanto conoscere un prodotto di qualità, gustare una birra autoprodotta e un approccio casual, ma anche scoprire un luogo felice, da vivere insieme ad amici, familiari e colleghi di lavoro.

Esploreremo i passi chiave, il significato di Love Brand nel contesto del retail e l'evoluzione del customer journey attraverso la strategia di branded content adottata da Doppio Malto.

Come si diventa un Love Brand?

Diventare un Love Brand richiede una combinazione di elementi che va oltre la mera offerta di un prodotto. La chiave è costruire una connessione emotiva con i consumatori attraverso una consapevole strategia di social media marketing; e per creare una relazione, la cosa migliore da fare è conoscersi! Già, conoscere il proprio pubblico (o meglio target) rientra fra gli aspetti più importanti per riuscire a creare una relazione speciale ed emotiva, e garantirsi in questo modo l'amore e la fedeltà del proprio pubblico, al di là degli aspetti razionali, come può essere una logica misura della qualità offerta o ancora un prezzo più basso e via dicendo.

Il processo richiede un approccio strategico centrato sul consumatore, composto da alcuni punti chiave:

Qual è lo scopo del Love Brand?

Il principale scopo di un Love Brand è andare oltre la mera transazione commerciale, cercando di stabilire un legame emotivo duraturo, che resista oltre le tendenze di mercato.

Oltre a generare affetto e fedeltà, un Love Brand aspira a essere parte integrante della vita quotidiana dei consumatori, diventando un punto di riferimento e di fiducia nel panorama del retail. Ciò può avvenire incorporando valori positivi, ad esempio offrendo valori condivisi basati su esperienze positive e senso di appartenenza, che induce il consumatore a continuare a scegliere il brand.

I lovemark che riescono a dare origine ad una connessione profonda con il consumatore, stimolano la sua intimità e sensibilità, tanto che quest’ultimo non potrà più fare a meno di quei prodotti. Farsi portavoce di valori universali come amore, uguaglianza, sostenibilità, inclusione, etc. quindi, può facilmente rendere un brand ancora più desiderato e “amabile”.

Il legame profondo stabilito tra brand e consumatore consente di rafforzare le difese del marchio ad influenze di mercato che potrebbero destabilizzare il suo operato, mantenendo così una rilevanza nel tempo agli occhi del proprio pubblico.

Lovemarks: come hanno cambiato il customer journey

I lovemarks, concetto introdotto da Kevin Roberts, vanno oltre il concetto tradizionale di brand. Essi rappresentano un connubio tra amore e rispetto, trasformando il customer journey in un'esperienza emozionale.

Il nuovo percorso d’acquisto, infatti, migra da una concezione basata su partenza e arrivo, per innovarsi in un concetto differente. Un ciclo continuo che si allontana dall’ottica del classico funnel, per concentrarsi su un tipo diverso di analisi del pubblico, quella legata agli aspetti emotivi e di percezione di affinità del pubblico per il marchio, come la customer experience, le tematiche sociali o i branded content.

I lovemarks pongono al centro del customer journey le emozioni. Non più una strada lastricata di intenti promozionali e dettagli sempre più razionali o funzionali sul prodotto, con l'obiettivo di arrivare, dopo una naturale scrematura, al bottone acquista. Ma un motore autoalimentato che guida il consumatore all’interno di un’esperienza, non immediatamente finalizzata al consumo, e per questo misurabile più facilmente sul lungo termine, ma coinvolgente, che sorprende e supera le aspettative dello spettatore.

Un’esperienza gratificante, capace di costruire un legame duraturo che va oltre la fedeltà al brand e ai suoi prodotti.

Branded content di Doppio Malto: la nostra strategia

La strategia di branded content di Doppio-Malto si basa su una comunicazione autentica e coinvolgente dei propri valori. La mission: spillare ettolitri di felicità.

Attraverso i social media e altri canali digitali, l'azienda ha veicolato contenuti che vanno oltre la promozione dei prodotti. Storie coinvolgenti, racconti positivi, dietro le quinte e interazioni con la community sono parte integrante di questa strategia, che alimenta il legame emotivo con i consumatori. La coerenza nella qualità del prodotto e la trasparenza contribuiscono ulteriormente a instaurare la fiducia.

L’ideazione di una nuova content strategy ha permesso di creare una narrazione più frizzante e in linea con il tono di voce caldo e amichevole del brand, così come l’implementazione di una strategia mirata per raggiungere tutti i target di interesse, da veicolare online e offline.

Parte della nostra strategia di storytelling si è basata sul branded content, un genere di contenuto costruito appositamente per parlare del brand e dei suoi valori (nel nostro caso, la felicità e la spensieratezza), coinvolgendo e intrattenendo l’utente. Pane per i denti di un Love brand.

Per Doppio Malto abbiamo studiato e creato diverse tipologie di branded content con lo scopo di generare, attraverso contenuti leggeri e poco invasivi, un sentimento positivo e un engagement misurabile, piantando un seme per far crescere ciò che un Love Brand desidera maggiormente, un legame duraturo.

Per fare ciò, abbiamo legato il concetto di posto felice a numerosi focus. Come la naturalezza, l’entusiasmo e la color calda dei contenuti food & beer, ponendo in risalto un’emozione e una situazione autentica che conquista e mette a proprio agio l’utente, e valorizzando il cibo, la birra e i momenti felici.

Abbiamo in secondo luogo mostrato visi e sorrisi, delle persone, dei dipendenti, dei consumatori che si approcciavano al brand, rendendolo vero grazie al riflesso del tutto umano di vivere un’esperienza positiva, come può essere quella del piacere legato alla birra e alla buona compagnia.

Siamo riusciti a coinvolgere l’utente nell’atmosfera di un tipico pub delle più note sitcom americane, rendendo il brand stesso un luogo felice, dove il lieto fine è rappresentato dal cibo. Un racconto esploso sul tavolo da pranzo e da gioco, grazie alla narrazione di un’esperienza fisica unica e divertente che è possibile vivere nei locali Doppio Malto, ricchi di attività e giochi (come tavoli da biliardo e biliardino) che i clienti possono utilizzare per giocare insieme.

Il consumatore stesso, infine, è stato il protagonista del racconto del brand, immergendosi nelle tematiche sociali, in particolare quella dell’inclusione, grazie ad una tovaglietta tematica in occasione del Pride Month, da utilizzare come mezzo per la creazione di UGC sui canali Doppio Malto.

Durante il periodo di attività, dopo aver lavorato in ottica di riconoscibilità e capacità di engagement personalizzata e capillare sul territorio, la reach della pagina Facebook nazionale di Doppio Malto è aumentata del 2.6%, mentre i nuovi follower Instagram sono cresciuti del 62.3%. Le visualizzazioni della sezione “prenota” sul sito e la ricerca della keyword “Doppio malto” sui motori di ricerca sono aumentate rispettivamente del 13% e del 22%, mentre la copertura delle campagne digital adv attivate su 26 pagine (di cui due estere) ha superato i 3 milioni di utenti e 11 milioni di impression.

Cosa significa branded content

Un mercato sempre più saturo di pubblicità e inserzioni e maggiormente popolato da un pubblico giovane ha la necessità evidente di costruire una risposta efficace, che oltrepassi le pubblicità tradizionali, ormai tendenti a sommergere il pubblico di informazioni.

Il branded content è una tecnica di comunicazione che va oltre la pubblicità tradizionale. Definito come un qualsiasi contenuto capace di essere ricollegato ad un brand, un branded content è un contenuto costruito specificatamente per parlare di un brand e dei suoi valori. Lo scopo principale è quello di intrattenere, educare o coinvolgere  il pubblico, senza necessariamente promuovere direttamente un servizio o un prodotto.

Se la pubblicità, infatti, è un contenuto chiaramente informativo, spesso giudicato negativamente dal pubblico, o per lo meno frutto di una chiara finzione, il branded content si configura come un prodotto più leggero e meno commerciale. Il suo scopo è più legato all’awareness del brand e in ogni caso finalizzato a costruire una relazione più profonda con i consumatori, soprattutto appartenenti alle nuove generazioni, consapevoli della manipolazione pubblicitaria e interessati a connettersi con qualcosa (brand compresi) solo se capace di comunicare anche la loro identità. Un pubblico maggiormente disposto a recepire un contenuto incentrato sul consumatore, più che sul prodotto e quindi propenso a dare fiducia.

Rispetto a un classico spot, un branded content ha inoltre il vantaggio di essere meno invasivo e più credibile. Non si concentra mai direttamente su prodotti e servizi, che nonostante tutto potranno comparire nel contenuto, il suo obiettivo principale è quello di veicolare i valori o la storia del marchio.

Come riscontrato nel caso in esame, i branded content si sono dimostrati efficaci, e capaci di portare benefici al marchio e alla brand awareness (soprattutto sul lungo periodo), creando riconoscibilità, facendo riscuotere al brand maggiore attenzione da parte del pubblico e generando risultati superiori in termini di engagement e ROI.

Grazie alla fondamentale connessione emotiva, alla narrazione coinvolgente e a una strategia di branded content efficace, Doppio Malto ha trasformato la scelta di una birra e di un ristorante in un'esperienza felice e significativa per i suoi consumatori, dimostrando che la costruzione di un Love Brand è un processo raggiungibile con passione, felicità e (ovviamente) una buona birra.

Inizialmente adottato come misura di sopravvivenza per oltre 6 milioni di lavoratori durante il lockdown del 2020, oggi il remote working rappresenta non più un'alternativa, ma la normalità per numerose aziende, e DigitalMakers è tra queste.

A un anno e mezzo dalla sperimentazione del sistema ibrido, a cui è seguita una transizione completa al remote working sei mesi fa, siamo pronti a tirare le somme e a fare un’analisi dei pro e dei contro di questa nuova modalità di lavoro.

Leggi l’articolo e scopri i 5 vantaggi e i difetti che abbiamo riscontrato dall’adozione del full remote working.

Che cosa significa lavorare (davvero) da remoto?

Liberarsi dai confini fisici degli uffici tradizionali significa aprirsi a un nuovo mondo di possibilità. Ma partiamo con ordine facendo una distinzione tra smart working, telelavoro e remote working.

Lo smart working trasforma il modo in cui intendiamo la produttività e il benessere a lavoro, cambiando approccio non solo in merito al luogo in cui si lavora, ma anche rispetto a una maggiore flessibilità di orari e puntando in primo luogo all’efficienza.

Qui il focus è sulle competenze e sugli obiettivi: se il lavoro viene completato nei tempi stabiliti, non importa dove o come il lavoratore scelga di dedicarsi alle proprie attività. È una filosofia lavorativa che mette il talento e i risultati al centro, senza vincoli temporali rigidi.
Segue poi il telelavoro, in cui al lavoratore viene semplicemente concesso di lavorare da un luogo diverso rispetto alla sede aziendale, seppur dovendo rispettare orari e tempi della base operativa.

Infine, il remote working offre la libertà di scegliere il luogo da cui lavorare e una discreta flessibilità sull’organizzazione della propria timeline, pur dovendo rispettare le necessità dell’organizzazione. Che sia una tranquilla spiaggia o un vivace co-working, nel remote working ogni spazio può diventare un ufficio.

Lavoro da remoto, ogni luogo può diventare un ufficio

Chi sono i South worker? Gente come noi!

Quali sono le sfide che hai affrontato e affronti per lavorare in questo settore da una regione del Sud Italia?

Grazie all’apertura verso questi sistemi di lavoro stiamo andando verso un mondo destrutturato in cui non importa più avere una sede fissa, perché il lavoro non è l’unica sfera di cui gli individui devono tener conto. È il caso dei nomadi digitali, che scelgono di adottare uno stile di vita itinerante lavorando da ogni parte del mondo grazie all’aiuto della tecnologia.

Ma il lavoro da remoto permette anche il ritorno alle origini per chi sente forte il richiamo della propria terra: è l’esempio dei giovani talenti del Sud che non hanno più bisogno di emigrare per lavorare in un’azienda del Nord Italia.

South working: lavorare a distanza dal Sud Italia

Il South working, anche questo figlio dell’esperienza del Coronavirus, è un fenomeno che è stato studiato a lungo dall’associazione omonima, South working, che dimostra quanto non serva la fuga dal Mezzogiorno per trovare lavoro e per far crescere il paese.
Lavorare in maniera agile dalle aree marginalizzate dell’Italia contribuisce a produrre effetti positivi per lavoratori, aziende e nel complesso per tutto il territorio.

Ma non finisce qui. Anche noi di DigitalMakers abbiamo imparato che lavorare nel marketing digitale dalla Sicilia è possibile applicando un sistema ibrido remote-first. Come per tantissimi in Italia, lo scenario post pandemico ci ha aperto l’orizzonte di nuove scelte sia strutturali che di workflow. Quindi, sì: riorganizzando i nostri flussi interni e implementando alcune piccole best practice, siamo fieri di poter dire che il remote working per DigitalMakers si conferma una modalità di lavoro che contribuisce al benessere di tutti i Makers e ne migliora la produttività.

Ma non ci dimentichiamo mai dei contatti tra colleghi che restano fondamentali ai fini dell’output e fanno bene al cuore. E poi, il nostro ufficio vista mare rimane sempre l’headquarter da cui prendono forma i progetti, da cui incontriamo i clienti e da cui ci riuniamo per qualche aperitivo improvvisato.

Smart working, i rischi per i lavori creativi

Operativi da remoto: i 5 vantaggi…

Il 2023 si è chiuso con un trend positivo per il lavoro da remoto, registrando un 541% di lavoratori in più rispetto al periodo pre-Covid. I dati, raccolti dall'Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano, riportano una tendenza in aumento che porterà entro il 2024 a 3,65 milioni di remote worker.

La possibilità di plasmare il proprio spazio di lavoro in modo unico e personale si riflette positivamente sul completamento delle task: si è dimostrato che immergersi nella quiete di un luogo familiare con meno stimoli può favorire la concentrazione e aumentare la produttività fino al 20%.

Ma gli aspetti positivi del remote working sono evidenti anche su altri livelli, a cominciare da quello del benessere del lavoratore. L'OMS ha condotto una ricerca sul benessere psicologico, fisico e relazionale dei remote workers, evidenziando che il 30% dichiara di stare bene fisicamente, il 35% riporta un elevato livello di benessere psicologico e il 37% riferisce un alto benessere relazionale.
In generale remote worker e smart worker mostrano livelli di benessere simili e più elevati rispetto a quelli dei lavoratori on-site.

Spostare la sveglia di un'ora e più, concedersi un power-nap in pausa pranzo e coltivare hobby dopo le 18 sono solo alcuni tra gli aspetti più noti che contribuiscono a ridurre lo stress legato alla routine.

Ma il remote working registra anche dati incoraggianti nella tutela e salvaguardia dell’ambiente. Riducendo gli spostamenti e l'utilizzo degli uffici, si risparmiano fino a 600 kg di CO2 all'anno per lavoratore e oltre 150 ore di tempo da dedicare a se stessi.

I 5 vantaggi del remote work

Tirando le somme, ecco i 5 vantaggi del lavoro da remoto che abbiamo individuato sulla base della nostra esperienza (e che non sembrano discostarsi dalle statistiche):

  1. Work-life balance migliorata
  2. Maggiore concentrazione e produttività
  3. Miglioramento del benessere fisico rispetto al lavoro in presenza
  4. Stress in calo grazie a una routine meno serrata
  5. Minor spreco di risorse per raggiungere il posto di lavoro, nonché un minor impatto sull’ambiente.

Nonostante questo, vogliamo precisare che il remote working non è privo di difetti e che, se non regolamentato, può comportare dei rischi tanto per i lavoratori quanto per le organizzazioni.

…e tutti i difetti. Come fare per non sprecare l’opportunità del lavoro da remoto

Sempre secondo i dati dell’Osservatorio del PoliMi, il 30% dei remote worker riferisce una maggiore percezione di tecnostress, vale a dire una forma di stress causata da un utilizzo eccessivo, smodato e disfunzionale della tecnologia.
D’altronde, se prima si riusciva a risolvere una questione con un semplice confronto a voce, adesso anche il più piccolo dubbio si trasforma in una mail o in una call. E tra calendar, notifiche, mail e telefonate, risulta evidente che il remote working porta tutti ad essere inevitabilmente ancora più connessi.

L’impatto del remote working per i creativi sembra essere ancora più rischioso, in quanto privati del confronto periodico con i colleghi. Questi momenti rappresentano non solo un'opportunità per valutare il progresso dei progetti, ma anche un'occasione per alimentare l'ispirazione reciproca. La diminuzione delle interazioni riduce inevitabilmente lo scambio spontaneo di idee e la contaminazione delle esperienze, ridimensionando tutto ciò che rende il luogo di lavoro un ambiente creativo e pulsante.

Come fare per trovare un equilibrio?

Prima di tutto, è essenziale auto-imporsi dei limiti fisici e temporali. Lavorare da casa non significa necessariamente trasformare la propria abitazione in un ufficio. Trovare un luogo dedicato o stabilire una collocazione routinaria aiuta a separare concettualmente lo spazio dedicato al lavoro da quello familiare e domestico.
Anche rispettare gli orari di inizio e di fine è fondamentale: concedersi un’ora di pausa pranzo e un paio di pause caffè aiuta a mantenere alta la produttività e a non gravare sulla salute della schiena e degli occhi, nonché dello stress generale.

Il remote working non deve trasformarsi in isolamento: la socialità è cruciale quando si lavora per obiettivi comuni. Nel lavoro team-driven, conoscere i colleghi con cui si lavora aiuta il coordinamento e la collaborazione e contribuisce a ridurre gli unconscious biases, vale a dire la tendenza naturale ad avere pregiudizi impliciti.

Le vie di comunicazione devono rimanere aperte per evitare che la distanza fisica diventi anche una barriera creativa: organizzando incontri e confronti periodici, anche di natura ricreativa come un aperitivo, può essere un’ottima occasione per fare brainstorming.

Per concludere, non esiste un equilibrio perfetto. Ecco perché l’ideale è restare aperti alle esigenze di ognuno e provare ad abbracciare la diversità dei metodi e degli stili lavorativi. Mentre alcuni Makers trovano ispirazione nel comfort di casa o da una spiaggia soleggiata, altri prosperano nella collaborazione dell’ufficio.
Il sistema ibrido è l’approccio semplice che lascia che ognuno trovi il proprio equilibrio, massimizzando la produttività nel rispetto della propria work-life balance.

Il marketing full-funnel è un modello che, negli ultimi anni, si è consolidato come strategia vincente per numerose aziende che si misurano entro i confini di un mondo digitale in costante evoluzione.

Nel nostro lavoro, sappiamo bene che non esistono soluzioni standard capaci di rispondere allo stesso modo a tutte le esigenze dei nostri clienti. Tante variabili, a partire dall’industry per approdare al budget, ci portano spesso a pensare fuori dagli schemi per testare la strategia più adeguata.

Cosa succede quando nell’equazione la fa da padrona proprio una grande variabile, come la forte competitività nel settore wine? In questo articolo, vi raccontiamo come abbiamo utilizzato il modello del full-funnel adattandolo agli obiettivi di un’azienda vitivinicola siciliana, Tenute Orestiadi.

Ma prima, facciamo qualche passo indietro per comprendere il ventaglio di opportunità che offre il marketing full-funnel!

Cos'è il marketing full-funnel?

Il marketing full-funnel nasce dall’approccio strategico che vede l’utente come il protagonista dell’esperienza d’acquisto: l’intento di questo approccio, infatti, prevede di accompagnare l’utente nel suo intero percorso, dal primo contatto con il marchio, passando dalla conversione in cliente fino alla sua finale fidelizzazione.

In questo modello strategico, di solito, ci si affida a tre fasi cruciali, tre step importanti da tenere a mente sin dall’inizio della proposizione strategica e che corrispondono al percorso ideale che vorremmo compisse il nostro nuovo utente:

Il marketing full-funnel ha sostanzialmente un grande punto di forza: nessuna tappa del percorso dell’utente viene trascurata. La strategia, quindi, segue questo tracciato adattandosi e trasformandosi in ciascuna fase del funnel.

Ciò che non cambia è, invece, la posizione focale dell’utente che, com’è chiaro, resta al centro di tutte le attività aumentandone le opportunità di coinvolgimento e di conversione.

E i vantaggi di questo modello non si esauriscono qui.

Il modello full-funnel, infatti, permette di identificare meglio i potenziali consumatori migliorando la qualità stessa della conversione e riducendo il rischio di generare lead mediocri.

Il coinvolgimento costante durante tutto il funnel, poi, consente di mantenere una relazione duratura con gli utenti, moltiplicando le occasioni di contatto mirate agli acquisti futuri.

Marketing full-funnel: 3 passaggi fondamentali

Su quali elementi ci concentriamo quando decidiamo di percorrere la strada del marketing full-funnel? Bene, dal momento che questa scelta strategica vuole un approccio a 360°, per qualsiasi business la stiamo mettendo in atto, lavoriamo con i team dedicati a:

Implementare le strategie optando per il modello full-funnel richiede, per l'appunto, un approccio oculato e, non neghiamolo, expertise e creatività. Uno dei più grandi consigli che ci sentiamo di diffondere nel mondo digitale è che, se le aziende e i business possono aspirare a farsi conoscere diventando "il punto di riferimento nel settore x", ottenere risultati tangibili è sempre l'obiettivo primario, il che richiede perseveranza e grande capacità di imparare dagli errori. D'altro canto, il mondo digitale è bello anche perché pone davanti a sfide che esigono un buon lavoro di squadra!

Adesso andiamo a dare un'occhiata all'atto pratico, ovvero quale strategia abbiamo cucito sulle esigenze di Tenute Orestiadi.

Il settore del vino in Italia e il marketing full-funnel

L'Italia è da lungo tempo considerata una delle patrie mondiali del vino. Con una tradizione enologica ricca e secolare, il nostro Paese vanta una vasta diversità di vitigni autoctoni e un'ampia produzione vinicola e, di conseguenza, un'alta competizione nel settore sia a livello locale che globale.

Il vino è, infatti, uno dei settori di eccellenza del made in Italy più solidi e contribuisce in modo significativo all'export complessivo nazionale, stimolando la crescita economica del Paese. Diamo giusto un'occhiata ai dati del comparto del beverage nel 2022: l'Italia porta a casa un fatturato superiore ai 17 miliardi di euro, con un export di oltre 9 miliardi, pari al 22% del totale italiano, anche se Federvini registra un calo dovuto all'inflazione e rallentamento economico nel 2023.

Inoltre, l'industria vinicola è uno dei pilastri dell'attrazione turistica in Italia. Le cantine, le degustazioni e le visite ai vigneti sono esperienze molto richieste dai turisti nazionali e internazionali e, anche in questo caso, il settore vino contribuisce all'incremento del turismo enogastronomico del Paese.

Le nostre aziende vitivinicole si trovano, quindi, a dover sgomitare tra vecchi e nuovi competitor giocando in casa e all'estero, su mercati internazionali e... digitali!

Tra la grande distribuzione, la vendita al dettaglio e i flussi di consumo che cambiano di anno in anno, il digitale per il settore wine & spirits rappresenta una grande opportunità che, negli ultimi anni, è letteralmente esplosa.

Come fare a distinguersi e a raccontarsi senza mai perdere di vista il legame con il territorio, tanto importante per la natura del prodotto in sé, il vino?

La strategia di full-funnel marketing è stata la strada che ha portato molti risultati a Tenute Orestiadi.

La strategia full-funnel per Tenute Orestiadi

Tenute Orestiadi produce vini in Sicilia, nel cuore del Mediterraneo, precisamente nella Valle del Belice. La regione e il territorio sono legati a doppio filo agli eventi che ne hanno plasmato e caratterizzato l'area geografica modificando il rapporto degli abitanti con il proprio contesto. Una zona ricca di storia e fervente dal punto di vista culturale. Tutto questo risiede nelle uve che danno vita alle bottiglie di Tenute Orestiadi.

Per le attività di marketing e comunicazione, ci siamo posti gli obiettivi di awareness e performance: due vie all'apparenza diverse, ma che hanno in comune alcuni elementi essenziali a capo della strategia di start:

Come abbiamo applicato il modello full-funnel

Vediamo adesso in che modo si è dispiegata la nostra strategia di marketing full-funnel per Tenute Orestiadi.

e-Commerce

Primo passo per la costruzione dell’ecosistema Tenute Orestiadi è stato l'e-Commerce marketing, comprensivo di restyling del sito web.
Un lavoro realizzato con l’obiettivo di migliorare la leggibilità delle informazioni salienti, potenziando la performance dal punto di vista sia della narrazione che della vendita dei prodotti.

Un restyling, quindi, che ha avuto risvolti di natura estetica ma anche di carattere funzionale e alla base del quale risiede una ridefinizione della UX.

Non a caso, uno degli interventi più massivi ha proprio riguardato la sezione wineshop potenziando la possibilità di acquistare in maniera più diretta rispetto a quanto avveniva sul sito precedente. All'interno del wineshop, inoltre, abbiamo ricostruito una pagina prodotto che accorpasse, in un unico spazio, le caratteristiche prettamente ecommerce e un forte storytelling del singolo vino.

Social media marketing

La messa a punto del racconto dell’azienda, del brand e dei prodotti non ha trascurato neanche il social media marketing. Il lavoro di definizione e ridefinizione degli asset di comunicazione in chiave digitale è stato preceduto dalla content strategy, che poi abbiamo tradotto nei diversi piani editoriali ai quali abbiamo affiancato le campagne di advertising.

Il risultato è stato l’avvio di un progetto comunicativo sviluppato su più livelli: ora di narrazione, ora di performance, ora di narrazione finalizzata alla performance.

Marketing automation

In quest'ottica di performance, il nostro full-funnel marketing ha agito sui diversi pubblici:

Pubblico freddo: abbiamo lanciato una campagna di lead generation che avesse come magnet un'importante sconto. Contestualmente, abbiamo portato avanti campagne continuative di brand awarness utilizzando il canvas di Facebook.

Pubblico caldo: quando il nostro pubblico ha interagito con le nostre campagne, ci siamo dedicati a una campagna di retargeting che puntasse al traffico verso la pagina del wineshop. Inoltre, tutti gli utenti che si sono iscritti alla newsletter sono stati raggiunti dalle email automatiche e stimolati all'acquisto con promo dedicate.

E adesso qualche numero che attesta i risultati importanti raggiunti in confronto al 2022:

L'attività DEM, lo storytelling dei profili social, il restyling del sito in ottica UX e, in generale la coesione comunicativa di tutti i canali stanno gettando le basi per una strategia di full-funnel marketing di successo.

Per scoprire l'happy ending, vi toccherà continuare a seguirci. Nel frattempo, brindiamo?

 

Lo sappiamo, sarete immersi nel mondo frenetico del lavoro e sicuramente conoscerete già l'importanza di essere sempre al massimo delle vostre capacità.
Se lavorate nel campo della creatività digitale, però, può succedere che l'ispirazione venga meno in certi momenti e che il burnout, invece, minacci di farsi strada.

La risposta potrebbe risiedere in un approccio più consapevole al riposo creativo.

In un'industria in cui la creatività è il cuore pulsante di ogni progetto, comprendere i diversi tipi di riposo può essere la chiave per sbloccare nuove idee e massimizzare le prestazioni. Ecco perché ogni professionista (soprattutto chi lavora nel mondo della creatività) dovrebbe adottare una
strategia di riposo che vada oltre il semplice dormire.
In questo articolo, esploriamo come diversi tipi di riposo possano catalizzare la creatività all'interno del mondo del marketing, garantendo un'efficacia duratura e una mente sempre (o quasi) fresca.

Siete pronti a scoprire i 7 tipi di riposo che Alberto, il nostro Head of Design, ha sfornato per il vostro lavoro creativo? Cominciamo!

I tipi di riposo per creativi

  1. Riposo fisico: riscoprire l'energia
    Il riposo fisico è fondamentale per qualsiasi creativo. I professionisti del marketing spesso trascorrono lunghe ore davanti al computer, e dedicare del tempo al movimento è essenziale per rinnovare la mente e il corpo. Un'attività fisica regolare (no, aprire il frigo non rientra tra queste) migliora la circolazione, stimola la creatività e riduce lo stress.
  2. Riposo mentale: sfidare la propria mente in modi diversi
    Abbandonate il multitasking (ebbene sì!) e dedicatevi al riposo mentale. Provate attività che sfidino la mente in modo diverso rispetto al lavoro quotidiano: leggere libri fuori dal vostro settore, sperimentare nuovi hobby o praticare la meditazione per liberare la vostra mente da ansie e pensieri ossessivi.
  3. Riposo sensoriale: trovare la quietudine
    In un mondo sempre più rumoroso, concedetevi momenti di riposo sensoriale. Trovate spazi tranquilli, ascoltate la musica preferita o provate la meditazione guidata. Questi momenti di silenzio possono rivelarsi linfa vitale per il vostro benessere e la vostra creatività. Ovviamente il telefono in modalità aereo è un MUST.
  4. Riposo emotivo: esplorare le emozioni
    Il lavoro del creativo spesso coinvolge un intenso coinvolgimento emotivo. Prendetevi del tempo per esplorare le emozioni. Parlate con amici o colleghi (magari quelli che vi stanno simpatici), scrivete su un diario o praticate la gratitudine. Un riposo emotivo sano può migliorare la vostra resilienza e la vostra capacità di affrontare le sfide.
  5. Riposo sociale: coltivare relazioni significative
    Il marketing è un campo collaborativo, e le relazioni sono cruciali. Dedicate tempo alle relazioni sociali significative al di fuori dell'ambiente lavorativo. Queste interazioni possono portare a nuove prospettive e stimolare la vostra creatività. Insomma, andate a trovare la zia che chiede sempre di voi.
  6. Riposo creativo: liberare l'immaginazione
    Riservate del tempo specifico per il riposo creativo. Lasciate libera la mente di vagare, esplorare nuove idee e sperimentare senza restrizioni. Un approccio giocoso alla creatività può portare a scoperte sorprendenti.
  7. Riposo digitale: disconnettersi per ricaricarsi
    Infine, il riposo digitale è essenziale in un'era dominata dalla tecnologia. Stabilite limiti per l'uso di dispositivi e prendete periodi di disconnessione per ridurre il sovraccarico di informazioni. Anche qui, lanciate il telefono dalla finestra, lo recupererete dopo. Sempre che sia ancora lì.

In conclusione, un approccio bilanciato al riposo creativo è fondamentale per la performance sostenibile in qualsiasi campo creativo. Sperimentate con questi diversi tipi di riposo e
scoprite quale combinazione funziona meglio per voi.
Mantenere un equilibrio sano tra il lavoro e il riposo può fare la differenza nella vostra carriera creativa.

Adesso stacchiamo per riposare un po’.

Non tutti sanno che gli italiani sono i più grandi consumatori di sake in Europa e che, negli ultimi tredici anni, l’export di sake giapponese nel mondo si è mantenuto in continua ascesa.

Ma come sfatare i pregiudizi sul sake, in un mercato fortemente legato alla tradizione enologica? Come rafforzare la presenza online e aumentare la revenue e-commerce di Sake Company, azienda che dal 2015 importa e distribuisce in Italia il migliore sake proveniente dalle più importanti sakagura (cantine) del Giappone?

Queste le sfide che abbiamo affrontato, rispondendo con una digital strategy rigorosamente data-driven. Il nostro approccio analitico, ma supportato in ogni fase dalla creatività, ci ha permesso di riscrivere lo storytelling e rinsaldare il legame tra il brand e i suoi utenti, aumentando l’impatto su tutto il customer journey e lavorando sul funnel marketing.

In quanto ai risultati, lasciamo che siano i dati a parlare:

+650% valore medio del ROAS

+429% visite al sito dai social (earned e paid)

+39% visite da ricerca organica

+46% traffico diretto al sito.

Ma facciamo qualche passo indietro per raccontarvi la nostra incredibile avventura nel mondo del sake. Spoiler: a volte abbiamo dovuto anche provare il prodotto per saperne parlare!

L’importanza di una strategia data-driven

Si potrebbe pensare che dati e parole siano due elementi diametralmente opposti. Al contrario, per chi si occupa di content marketing, si tratta proprio dei due ingredienti alla base di qualsiasi strategia. Lo spirito che ha guidato il nostro lavoro su Sake Company, infatti, è stato creare un ecosistema digitale che facesse leva sui numeri per ottimizzare le performance di vendita e, contemporaneamente, narrasse il prodotto per farlo comprendere meglio al target italiano.

Per realizzare il nostro proposito, abbiamo voluto scardinare dalla mente dei consumatori i falsi miti legati a questo fermentato di riso (ebbene sì: il sake non è un distillato!). Ammettiamo che noi stessi non ne conoscevamo a fondo le caratteristiche e che ci siamo immolati per la causa, tra uno shooting e l’altro, imparando a degustare le numerose tipologie esistenti. È stato un duro lavoro, ma qualcuno doveva pur farlo.

L’analisi preliminare dei canali presidiati in passato da Sake Company, ci ha dimostrato il forte interesse del target intorno al prodotto, nonché ampie possibilità di crescita a fronte delle solide strategie di marketing e di contenuto da noi proposte. Oltre ad attrarre nuovi clienti e incentivare il riacquisto, l’approccio omnicanale ci ha permesso di aumentare la fanbase social, fidelizzare la community e aumentare del 190% il database contatti.

Il tutto, in linea con un funnel marketing che non immaginiamo più (soltanto) come percorso attraverso un imbuto di conversione, bensì come meccanismo di circolarità tra i vari step che portano l’utente dall’awareness alla consideration, dall’acquisto alla fedeltà e così - potenzialmente - all’infinito per tutto il ciclo di vita del cliente.

Fonte: Ads School, Francesco Agostinis

Data-driven strategy e storytelling: cosa abbiamo fatto per Sake Company

Conclusa l’analisi dello status quo dei canali owned, earned e paid e l’elaborazione di una strategia ad hoc, ha avuto inizio la vera e propria fase operativa.
Nei quasi 2 anni di collaborazione con Sake Company, il lavoro sullo store e-commerce e le strategie messe in atto hanno avuto l’obiettivo di ottimizzare il Conversion Rate e il Ritorno sull’Investimento Pubblicitario (ROAS). In quest’ottica, è stato fondamentale ottimizzare alcuni testi su keyword specifiche, migliorare l’usabilità di alcune sezioni del sito, nonché aggiornare periodicamente l’homepage.

Gamification: il Sakendario raccontato sui social

Lo storytelling del brand si è sviluppato anche in ottica di gamification ovvero facendo avvicinare l’utente ai prodotti attraverso una dimensione “di gioco”, incrementando così l’engagement, l’acquisizione di contatti e gli acquisti sul sito. Queste iniziative hanno preso vita soprattutto nel periodo natalizio (ma non solo) con il lancio del Sakendario (il calendario dell’avvento di Sake Company) e il Sake Quiz, che permetteva di identificare il sake più adatto ai propri gusti. Il tutto, veicolando sempre un’identità e un tono di voce coerenti con tutti gli altri canali di comunicazione.

Social Media Marketing & Content production: dare voce al brand

Identificare il Tono di Voce di un brand può sembrare scontato, ma è anch’esso frutto di analisi, empatia e (tanta) creatività. Come anticipavamo qualche riga più su, la comunicazione di Sake Company ha voluto fortemente abbattere gli stereotipi intorno a un prodotto poco conosciuto sul mercato italiano, utilizzando un ToV fresco ma pur sempre autorevole.

E come comunicare nel settore Food se non attraverso un regolare piano editoriale social e una fitta content production (graphic design e shooting fotografici)?
In questi anni, su Facebook e Instagram sono stati condivisi consigli di degustazione, suggerimenti di food pairing e mixology, curiosità sulle materie prime e i metodi di produzione, sulla storia e la cultura del sake, in concerto con le attività di community management e la copertura live durante eventi come la Milano Sake Challenge 2022 e la Fuori Milano Sake Challenge 2023.

Questo ha fatto crescere, interagire e fidelizzare sempre di più la community di appassionati, portando +36K% visite alla pagina Facebook e +14K% visite al profilo Instagram.

Meta Advertising: campagne di conversione e lead generation

Le attività di comunicazione sono state affiancate da solide strategie di advertising su Meta. Le strade perseguite sono state diverse, come diverse erano le fasi del funnel in cui si trovavano gli utenti.
Le campagne di traffico hanno portato nuovi utenti a visitare il sito, mentre quelle orientate alla performance hanno supportato le vendite. Contemporaneamente, campagne di lead generation hanno permesso di acquisire contatti e accompagnare gli utenti alla scoperta del sake, attraverso il download di una guida gratuita. Non a caso, un requisito imprescindibile è stata la sincronizzazione con la piattaforma di email marketing.

E-Mail Marketing e Automation: il database building per guidare e fidelizzare

Grazie alle attività messe in campo, il database di contatti di Sake Company ha visto una crescita del 190%. Un database reattivo, cui si è scelto di indirizzare una newsletter il primo giorno di ogni mese: un appuntamento editoriale fisso, atteso con interesse dai lettori per scoprire tutte le ultime novità. Alla newsletter mensile si sono affiancate naturalmente altre comunicazioni in occasione di iniziative, eventi o lanci di nuovi prodotti.

Per supportare le performance dell’ecommerce - soprattutto per un prodotto difficile da comprendere come il sake - è stato poi indispensabile creare dei flussi di marketing automation.
I contatti entrati nel database venivano accompagnati attraverso una serie di mail di benvenuto, contenenti un incentivo all’acquisto, spiegazioni e suggerimenti utili ad avvicinare l’utente tanto al prodotto, quanto al brand. Ad aiutare gli utenti più indecisi a percorrere l’ultimo miglio, sono state invece le mail di recupero carrello, che hanno contribuito ad aumentare il tasso di conversione. Mentre le email post-acquisto hanno contribuito a rafforzare il legame con gli utenti, coccolandoli con promozioni e contenuti esclusivi e un loyalty program dedicato ai clienti VIP.

Il canale Telegram e il Sake Company Club

Un brand speciale come Sake Company merita iniziative altrettanto speciali.
Come già detto, tra i nostri obiettivi vi era quello di rinforzare la community e le conversazioni intorno al brand. Per questo motivo è nato il canale Telegram “Sake News”, dedicato ad appassionati, esperti del settore o semplici curiosi. La voce, in questo caso, è stata direttamente quella del fondatore dell’azienda Lorenzo Ferraboschi, sake educator certificato SSA, nonché responsabile italiano della Sake Sommelier Association.

Una menzione speciale merita, inoltre, il Sake Company Club: l’unico in Italia che permette di assaggiare ogni mese un prodotto diverso, importato dal Giappone in esclusiva per gli iscritti. Lo storytelling intorno al club ha contribuito a trasmettere tutti i vantaggi e i retroscena, mentre l’utilizzo di UGC (contenuti generati dagli utenti) ha reso possibile una comunicazione many to many, sfruttando la riprova sociale e alimentando il passaparola intorno agli appuntamenti mensili online. Il risultato è stato un +120% iscritti.

Diversi canali, un unico principio guida: parliamo di storytelling, di quell’impulso innato dell’uomo di raccontare e raccontarsi attraverso l’uso delle parole, ma se ne parliamo in ottica di performance non può mai mancare una solida strategia data-driven.

Kanpai!

La digital transformation è un processo ormai consolidato per moltissime realtà in diversi settori. Nessun campo, industry o area di intervento può sottrarsi alla presenza sul web. Si tratta di un’evidenza che sperimentiamo quotidianamente: ogni azione che compiamo, infatti, trova sempre un applicativo, un punto di atterraggio, una foce su un canale digitale.

Anche il terzo settore non è rimasto immune alla diffusione pervasiva delle nuove tecnologie e ha iniziato, già da qualche anno, a sperimentare le potenzialità di questi mezzi. Nonostante il fine ultimo delle associazioni ed enti che operano nel no-profit non sia correlato meramente ad obiettivi di business, queste realtà, come qualsiasi impresa profit, hanno un target da raggiungere (i potenziali sostenitori della causa o, in alcuni casi, anche i beneficiari) che può oggi essere facilmente intercettato negli ambienti digitali. I canali digitali, e i social media nello specifico, possono, infatti, diventare un vero e proprio volano di crescita e affermazione della mission dell’ente del terzo settore.

Il marketing digitale nel terzo settore

La consapevolezza dei vantaggi che il digitale può apportare alla crescita dell’intero sistema è, quindi, ormai ampiamente diffusa tra gli enti del terzo settore: non solo in termini di una maggiore efficacia ed efficienza della prassi comunicativa (che si è capito debba andare oltre la veicolazione unidirezionale di strumenti quali il bilancio sociale, seppur questo resti uno strumento di fondamentale importanza), ma anche di un coinvolgimento più “caldo” e personalizzato nella relazione con i propri interlocutori e pubblici, nonché di un aumento dei sostenitori e relative donazioni (anche attraverso l’attivazione di campagne di crowdfunding).

Secondo un’indagine condotta nel 2018 da Italia No Profit, il 75% delle realtà no-profit intervistate ha dichiarato, infatti, di utilizzare nelle proprie attività di comunicazione i canali digitali. Tuttavia, soltanto il 23% di esse incorpora il digitale in tutto ciò che realizza, mentre quasi la metà di queste usa i nuovi canali in assenza di un approccio strategico o senza ancora essersi “avventurata” in un processo di digital transformation che coinvolga tutte le aree dell’ente. C’è inoltre un 13%, che dichiara di non avere ancora una strategia digitale o addirittura di avere difficoltà di accesso agli strumenti digitali di base.

Su un punto sono d’accordo tutti: ciò che conta non è semplicemente esserci -  essere presenti su un social network o possedere un sito - ma  esserci nel migliore modo possibile, utilizzando gli strumenti digitali in chiave strategica e funzionale al raggiungimento dei propri obiettivi.

Presenziare i canali online funziona, infatti, quando questi sono pensati come parte integrante di un ecosistema digitale dinamico nel quale tutti i touchpoint -  sito, social media, blog, newsletter, ma anche i canali offline- lavorano in maniera integrata e sinergica rispetto alla strategia definita, e coerente rispetto alla mission e vision istituzionale. Un ecosistema all'interno del quale si dispiega sia la comunicazione istituzionale che di prodotto (che nel caso delle fondazioni coincide con la promozione di progetti/iniziative/cause dal valore sociale, culturale, ambientale etc).

Cosa abbiamo fatto per Fondazione EOS

Tra le fondazioni che hanno scelto di adottare un approccio alla comunicazione online di tipo “olistico” c’è Fondazione EOS, Edison Orizzonte Sociale, creata nel gennaio 2021 e nata con l’obiettivo di rafforzare l’impegno sociale di Edison S.p.A, dando valore alla competenze, continuità alla cultura aziendale e , al contempo, supportando le nuove generazioni nei percorsi di crescita. La sua mission è contribuire alla creazione di valore sociale nei territori attraverso il miglioramento della qualità di vita delle persone fragili (con un focus sulla fascia adolescenziale),  il supporto alle organizzazioni territoriali che promuovono i valori dell’inclusione, educazione ed aggregazione sociale e la crescita della cultura d’impresa attraverso il coinvolgimento delle persone Edison.

Una strategia omnichannel per il terzo settore

Per raggiungere un’audience il più ampia possibile con contenuti chiari, comprensibili e inclusivi, Fondazione Edison ha deciso, quindi, di presenziare i canali digitali in ottica eco-sistemica: dando, ovvero, luogo ad un progetto di comunicazione e marketing sul web fondato sull’utilizzo di piattaforme interconnesse tra loro e che lavorano in modo sinergico al fine di raggiungere gli obiettivi prestabiliti.

Ecco così che il sito web fondazioneeos.it è divenuto il fulcro del progetto di comunicazione, trasformandosi nel contenitore principale di tutte le attività, i progetti e campagne di sensibilizzazione della Fondazione.

Punto di partenza della narrazione, ma anche punto d’arrivo, nella logica del referral, al sito si affiancano i social network.  Veri e propri strumenti di amplificazione delle attività, attualmente Fondazione EOS è attiva su tre social media: LinkedIn, Instagram e TikTok. 

Tre canali diversi per target ed obiettivi differenti. A LinkedIn, che rappresenta il canale più istituzionale, si affidano (in analogia a ciò che accade con il sito) funzioni di approfondimento e di networking con i professionisti del Terzo Settore. É il luogo privilegiato per le relazioni tra partner e per le connessioni tra le persone di Edison ed i partner dislocati sul territorio. Su questo canale si sperimenteranno anche campagne di Direct Email Marketing per agire su uno stadio più basso del funnel di conversione, raggiungendo le persone che hanno dimostrato un certo grado di interesse e sensibilità nei confronti delle attività della Fondazione EOS.

A Instagram e TikTok viene affidato invece il compito di raggiungere un target soprattutto “young” coinvolgendolo attraverso un tono di voce fresco e “amichevole”, ma al tempo stesso autorevole, per posizionare la Fondazione come una voce credibile e di ispirazione nel campo dell’innovazione sociale, un punto di riferimento della cultura della sostenibilità.

TikTok, nello specifico, è il canale attraverso cui viene data voce diretta agli adolescenti, anche tramite la collaborazione con influencer e talent del territorio nazionale: strategia, quella dell’Influencer Marketing,  ancora oggi poco utilizzata nel terzo settore,  se non per campagna di sensibilizzazione e raccolta fondi.

Canali diversi guidati da un solido approccio strategico che collega e mette insieme i vari “pezzi” della comunicazione digitale per comporre un unico e coerente mosaico.

I risultati

Come abbiamo in parte anticipato, affinché tutto funzioni e appaia corrente, il posizionamento del brand sul digitale è stato declinato su un tone of voice che, seppur con sfumature diverse, comunica con una voce fresca, innovativa e fuori dagli schemi, ma allo stesso tempo credibile nel campo dell'innovazione sociale. Compiendo un esercizio di personificazione, si è scelto di dare alla Fondazione i connotati narrativi di un fratello maggiore, di un amico più maturo, ovvero di una figura rassicurante e autorevole ma allo stesso tempo comprensibile e intrisa nel tempo presente, nella contemporaneità.

Il tutto è, inoltre, passato attraverso un re-design che ha agito non solo a livello di wording e storytelling testuale, ma anche a livello visivo. L’utilizzo di parole nuove, e con esse di un nuovo modo di raccontare, è stato accompagnato anche da un cambiamento dell’immagine visiva, per la quale è stata fatta una scelta di impatto che mescolasse infografiche, immagini fotografiche e headline evidenti e di impatto, al fine di incuriosire i vari target raggiunti e favorire il loro il desiderio di approfondimento.  E’ nato così un nuovo impianto visual funzionale non solo a ragioni di ottimizzazione e armonizzazione sul fronte design, ma soprattutto a livello strategico.

Il lavoro di armonizzazione in ottica strategica è passato anche attraverso una riorganizzazione della gerarchia delle informazioni; da una parte la centralità del sito, dall’altra quella dei contenuti sui vari canali social.

Linkedin, Instagram e TikTok hanno visto così una razionalizzazione dei macrotemi intorno a cui incentrare lo storytelling mediante format specifici. Tra questi, per esempio:  le video interviste, per valorizzare le persone che lavorano in EOS e i giovani che hanno preso parte ai progetti;  i numeri e le good news, per presentare progetti (e i dati correlati) che la Fondazione porta avanti nelle varie città italiane; ma anche il racconto degli eventi e contenuti di carattere valoriale che, attraverso il ricorso a keywords specifiche, sintetizzano un una parola la vision della Fondazione.

Un lavoro che, nel corso di poco meno di un anno, ha prodotto risultati sia sull’Upper funnel (quasi 9 milioni gli utenti raggiunti dalle comunicazioni di Fondazione EOS) che nel Middle-funnel (+ 110% crescita organica delle fanbase e 24.000 le persone che visitano ogni giorno i canali Instagram e Linkedin della Fondazione). Numeri raggiunti attraverso un percorso che ha messo insieme strumenti,  target ed esigenze comunicative diverse ma che, grazie ad una strategia eco-sistemica di digital marketing,  ha reso sempre più riconoscibile e conosciuto il lavoro della Fondazione EOS anche sui canali digitali.

Fonti

“Terzo settore e Trasformazione Digitale” di Italia Non Profit

Anche i territori, oggi, per diventare “destinazioni turistiche” hanno bisogno di un brand che possa identificarli in modo distintivo.

La destinazione turistica è definita come “un ambito territoriale nel quale ha sede un complesso di attrattive che possono soddisfare i bisogni e gli interessi di un determinato segmento di domanda turistica” [Wikipedia]. Una destinazione possiede, dunque, delle caratteristiche tangibili (attrazioni turistiche, prodotti…) ed intangibili (valori, esperienze che si possono vivere nel territorio) che contribuiscono al suo posizionamento sul mercato.

I turisti, proprio come i consumatori, scelgono di visitare un determinato territorio perché associato ad un'immagine specifica, ovvero una varietà di idee ed esperienze che si possono vivere al suo interno.

Come fare digital marketing per il turismo

Con l’avvento di Internet, ormai più di 30 anni fa, il customer journey del turista ha iniziato ad essere fortemente influenzato in tutte le sue fasi - dalla pianificazione del viaggio al post-viaggio - dalle informazioni accessibili sui canali online. I viaggiatori entrano in contatto con la destinazione, leggono le valutazioni di altri viaggiatori, decidono le località da visitare, effettuano il viaggio e lasciano infine traccia della loro esperienza attraverso le recensioni online. Il turista è così passato dall’essere fruitore passivo delle informazioni/offerte ricevute tramite i canali tradizionali (agenzie di viaggi, tour operator, riviste verticali…) ad una situazione in cui, attraverso il canale online, interviene attivamente nella scelta, programmazione e valutazione della sua vacanza.

Destination Branding

Per queste ragioni, il Destination Branding, quel processo che ha per oggetto la costruzione e valorizzazione del brand della destinazione turistica per poi declinarlo su ogni strumento e mezzo di comunicazione, è diventata un’attività sempre più richiesta per la promozione turistica di determinati territori.

Il caso di cui vi parleremo in questo articolo è West of Sicily, il brand di promozione territoriale del Distretto Turistico della Sicilia Occidentale, lanciato nel 2021 per valorizzare e guidare i turisti alla scoperta di questa parte di territorio.

Obiettivo del Distretto è stato quello di posizionare il nuovo brand sul mercato nazionale ed internazionale e far diventare il portale un punto di riferimento per chiunque desideri organizzare un soggiorno in Sicilia Occidentale.

La strategia omni-channel per il settore turistico

Per aumentare l’awareness intorno al progetto e spingere, al tempo stesso, all’attivazione gli utenti entrati in contatto per la prima volta con il brand, si è puntato alla creazione di un ecosistema “West of Sicily” digitale in cui tutti i canali presidiati (portale, newsletter, marketing automation, Facebook, Instagram) e tutte le attività pianificate sono state incanalate, in ottica full-funnel, all’interno del Customer Journey dell’utente web.

La definizione e messa a terra di una strategia digital omni-channel che ha previsto l’intervento su più touchpoint, gestiti in maniera sinergica ed integrata, ci ha consentito di intraprendere la strada giusta per raggiungere l’ obiettivo principale del cliente, ovvero quello di consolidare il brand West of Sicily nella mente dei suoi prospect e portarli ad una prima attivazione (iscrizione Newsletter, simulazione di un soggiorno sul sito, creazione di un UGC).

1. La creazione del portale

Il primo livello è stata, quindi, la creazione di un portale che potesse diventare il punto di riferimento per raccogliere informazioni sul territorio, funzionali all’organizzazione di una vacanza. Oltre ad approfondire i comuni del territorio con la loro offerta, su westofsicily.com è possibile, attraverso un simulatore, costruire il proprio “soggiorno ideale” filtrando per la stagione dell’anno in cui si visiterà la Sicilia Occidentale, il tipo di esperienze che si vogliono sperimentare (cultura, natura, sport, gastronomia…) e la tipologia di viaggio (con amici, in coppia, con bambini).
Ad un anno dal lancio del sito, si registrano quasi 500.000 visite, di cui quasi il 70% provienienti dall’estero.

2. Turismo: SEO e analisi del search intent

A seguire, siamo intervenuti sulla SEO& Website Optimization per migliorare il posizionamento del sito su keyword strategiche ed intercettare e rispondere alle richieste informative di prospect interessati ad un viaggio in Sicilia Occidentale.
La strategia SEO che ha previsto la costruzione di contenuti rispondenti alle principali query di ricerca del target, ha permesso di intercettare, anche in periodi de-stagionalizzati, utenti con Search Intent diversi: Informativo (utenti interessati ad ottenere informazioni sulle varie località della Sicilia Occidentale o sulla mappa di questa zona della regione) e Transazionale (utenti che stanno programmando un pernottamento nel territorio). Con oltre 2.500 keyword indicizzate (di cui più del 10% in prima pagina) Il traffico organico al portale westofsicily.com è cresciuto di oltre il 1200% in meno di 12 mesi.

3. La social content strategy

Il terzo livello di intervento è stata la social content strategy: con l’obiettivo di creare sintonia con il pubblico, il piano editoriale è stato incentrato principalmente su contenuti emozionali e che, al tempo stesso, trasmettessero la varietà dell’offerta - culturale, artistica, ambientale ed enogastronomica - della Sicilia Occidentale: panorami mozzafiato, rubriche sui luoghi simbolo, ma anche eventi, esperienze ed iniziative culturali dei comuni.

Tra le rubriche tematiche ideate:

Sotto forma di collage digitali, con la rubrica #People abbiamo raccontato le storie delle persone che vivono in Sicilia Occidentale e che rappresentano un’eccellenza di questo territorio. Racconti, focus e interviste: perché la componente umana è sempre un valore aggiunto.

Tra i format che hanno registrato il maggior numero di interazioni c'è stato What’s on, una rubrica di condivisione di eventi, curiosità e attrazioni del mese da non perdere; ma anche Dove ci troviamo? un indovinello social veicolato tramite reel e stories in cui abbiamo invitato gli utenti a indovinare la città della Sicilia Occidentale oggetto dei video.

E ancora ColorfulSicily, emozionanti foto e Reels in cui abbiamo messo in luce le bellezze di questi luoghi dedicando un video a ogni colore dell’arcobaleno: perché la Sicilia Occidentale è un caleidoscopio di colori tutto da scoprire.

Destination branding: obiettivi e risultati

Per coinvolgere gli utenti nella narrazione del territorio, è stato lanciato un Contest Digitale chiamato WOWofSicily, con cui si invitavano gli utenti (turisti e comunità residente) a produrre user-generated-content (foto e video) che raccontassero storie ed esperienze vissute nei luoghi più emozionanti di questa destinazione turistica. Il contest è stato promosso organicamente su Facebook ed Instagram e a tutti gli utenti iscritti al database West of Sicily.

È stato inoltre inviato un mediakit a tutti i Comuni della Sicilia Occidentale, in modo che potessero promuovere ulteriormente il contest e attraverso i canali istituzionali delle pro loco. In poco meno di 2 mesi, sono stati caricati oltre 1.000 contenuti sul sito del contest e l’operazione ha generato più di 10.000 interazioni con il brand, contribuendo all’obiettivo di creare una connessione emotiva tra la destinazione, i suoi abitanti ed ospiti.

Contestualmente alla content strategy, è stata implementata l'attività di Mailing & Marketing Automation per mantenere vivo l’interesse degli utenti registrati, raggiungendoli in una fase “calda” con informazioni utili per la pianificazione di un viaggio in Sicilia Occidentale.

Oltre a quelle editoriali, redatte in multi-lingua e tematizzate in base alla stagione, sono realizzate newsletter dedicate alle singole esperienze (sport e benessere, natura, cultura, enogastronomia).
Una volta che l’utente si registra, viene, inoltre, “incanalato” in un percorso di “marketing automation” per cui, dopo l’email di Welcome, è raggiunto, nelle prime settimane, da altri contenuti di Nurturing che fanno “pregustare” i diversi itinerari e combinazioni di esperienze possibili che si possono vivere in Sicilia Occidentale. Attualmente gli iscritti alla Newsletter, grazie anche alle campagne di lead generation attivate, sono 15.000 di cui il 35% dei contatti proviene da paesi stranieri. Il tasso di apertura è mediamente del 39% con un CTR che supera il 15%.

Negli ultimi 12 mesi il brand West of Sicily è cresciuto in presenza digitale, riconoscibilità e capacità di engagement in tutte le fasi del marketing funnel:

Le ricerche della keyword “West of Sicily” sono cresciute del 271% a livello globale, dimostrando che il brand ha iniziato ad essere riconoscibile anche sul panorama internazionale. Dei 16 Milioni di utenti che sono entrati in contatto con il brand sui social, quasi 1 Milione ha interagito con i contenuti pubblicati su Facebook ed Instagram e 1800 gli user generated content prodotti in cui il brand West of Sicily viene menzionato, numeri che mostrano un coinvolgimento della community intorno al brand e ai suoi contenuti. Infine, dei 500.000 utenti atterrati sul sito, 15.000 (pari al 3%) hanno scelto di mantenere un contatto con la destinazione iscrivendosi alla Newsletter e circa il 5% ha fatto una simulazione di viaggio sulla pagina dedicata (https://westofsicily.com/crea-il-tuo-viaggio/).

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