4 min
09 Gennaio, 2025
Francesco Anzelmo
09 Gennaio, 2025
Francesco Anzelmo
4 min

Vivere l'errore e fare la differenza. Ciao 2024!

Se dovessi mettere insieme un denominatore comune che possa sintetizzare il 2024, ma forse gran parte degli ultimi anni di vita vissuta e soprattutto di progetti lavorativi, l’errore è di certo la migliore delle soluzioni, il migliore schema possibile.

Tengo a distinguere la vita dal lavoro, perché so che oggi è molto mainstream l’argomento, e in fondo è giusto. Ci rifletto spesso, avendo ormai a che fare con molte persone, anche se poi dipende dalle scelte che si fanno. Io, per esempio, non potrei distinguere la mia vita dal mio lavoro, nel senso che i miei progetti sono quello che faccio con passione, sono ciò che mi fa alzare al mattino. In tal senso, il work-life balance prende un equilibrio diverso, e la passione con l’errore, vedremo, sono legati a doppio filo.

L’errore è stato, negli anni, in modo più o meno consapevole prima, molto più adesso, una sorta di combustibile per “l’imparare facendo”, l’anglosassone Learning by doing, di cui sono un grande fan e utilizzatore. Potrei dire che questo mestiere non l’ho studiato, ma l’ho appreso facendolo (di certo molti come me…); d’altronde, la mia formazione non è nel marketing, ma attinge alle sfere umanistiche. L’ho appreso facendolo, sfidando ogni progetto, inventando, rubando, commettendo tanti errori e affinando l’antica arte di rialzarsi dopo ogni batosta. E questa cosa ho cercato di portarla molto in DigitalMakers.

Spesso questo approccio porta a vivere in punta di piedi e con una certa dose di sindrome dell’impostore, almeno nelle prime tappe e nei primi successi. Poi, però, si mette a fuoco, ci si guarda indietro e si decifra meglio: in fondo, quella fatta è esperienza, gli errori ne sono alla base, e un percorso lineare, senza incidenti, non avrebbe portato allo stesso risultato. Fin qui, diciamo, ormai non c’è reel o TikTok motivazionale che, in qualche modo, non ci abbia raccontato questa lezioncina – comunque preziosa.

Volevo provare a coronare però questo 2024, già alle porte, aspettando che il 2025 prenda respiro, con una riflessione un attimo più ampia. L’errore è quell’increspatura, quell’imprevisto non saputo che, in fondo, rende tutto più interessante. Non in una dinamica masochista, ma proprio dal punto di vista della passione e dell’amore verso quello che facciamo.

L’eros è tutto ciò che va fuori dal controllo razionale e oltre ciò che conosciamo e teniamo dentro la safe zone. E nell’errore c’è tanto di questa etimologia, così come nel percorso, nel senso dell’errare fuori da strade battute e conosciute. L’errore nasce dall’incertezza del cammino, ma può condurre a scoperte inaspettate: un vagare creativo che genera nuove possibilità. L’eros è anch’esso un desiderio che non trova mai pieno compimento, un movimento continuo verso qualcosa di irraggiungibile.

L’epoca contemporanea – la nostra cara era digitale, super intelligente, super connessa e patinata – è un’epoca piena di perfezione e di controllo. È un’epoca in cui perdersi, smarrire la strada, anche letteralmente, è pressoché impossibile. Questo crea una perfezione che non permette alcun appiglio. Nessun espediente ci è dato dover inventare, nessuna passione sarà indispensabile. O meglio, questa è la macro-lettura che determina la narrazione contemporanea.

Inevitabilmente, questo richiama il mito platonico della nascita di Eros, che qui ci interessa scevro da ogni implicazione da “bacio Perugina”, ma pur sempre in ottica di amore per quello che facciamo e amiamo. Eros, nel famoso dialogo platonico, il Simposio, si racconta nasca dall’unione di Penia (la povertà) e Poros (l’astuzia). Ciò definisce l’Eros, dunque, come desiderio continuo verso ciò che manca, ma anche come capacità di creare e trovare soluzioni per colmare la propria mancanza. Qui si inizia a delineare l’importanza dell’errore come qualità di un percorso che non conosce scorciatoie, che vuole nel suo svolgimento lo stesso valore che lo contraddistingue alla fine.

Il filosofo contemporaneo Byung-Chul Han parla di teoria della levigatezza per descrivere la nostra società, una società della positività. La levigatezza impone una leggerezza ben distante dalla calviniana leggerezza per sottrazione di peso, “leggerezza pensata” nel senso opposto alla positività e superficialità delle cose del mondo. Han parla di una levigatezza che distrugge ogni negatività, senza opporre alcuna resistenza o critica. La critica lascia spazio ai like che non feriscono: tutto è inciso sugli schermi ultra-levigati dei nostri device, gli oggetti intelligenti per antonomasia di questa società della perfezione, che hanno perso ogni componente negativa, di contrappeso.

A questo punto tiro le fila per non tediarvi oltre con queste astrazioni, ma spero sia chiaro il senso. Mi lascio alle spalle un 2024 carico di errori: molti come DigitalMakers, molti come Francesco, alcuni molto grandi che chissà come finiranno o dove mi porteranno. Altri piccoli, già risolti. Altri mancati, purtroppo, e non per fortuna, a questo punto.

Il percorso fatto per DigitalMakers, per me e per tutti i ragazzi che mi seguono e che io seguo a mia volta, è già una grande ricchezza che sarebbe sbagliato non valorizzare. L’augurio più importante per questo 2025 è proprio quello di imparare a vivere l’errore, non attraversarlo per lasciarlo alle spalle, come fosse un ostacolo da superare, ma portarlo con sé, come un feticcio importantissimo.

Vivere l’errore vuol dire poter accarezzare ogni giorno quella cicatrice che ha scalfito la levigatezza della nostra pelle, la superficie perfetta delle nostre vite. Vite che nascono come un foglio di carta intonso, con i bordi lineari, ma che inevitabilmente finiscono come fogli stropicciati, ma bellissimi e pieni di contenuti, per dirla con Zero Calcare.

Insomma, auguro a me e a tutti i Makers di DigitalMakers di imparare a stare dentro l’errore, a giudicare non soltanto il mondo attraverso l’estetica predominante della levigatezza, ma provare anche ad apprendere l’alfabeto della strada sbagliata, che è una ruvida increspatura nell’assoluta lucidità dei nostri tempi.

Un modo per grattare un po’ di superficie e provare a fare la differenza. Perché fare la differenza è il compito di chi è appassionato, di chi sa vivere l’errore.

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